Una giovane ansia

Partiamo da un’immagine: c’è un omino stilizzato steso a terra, letteralmente schiacciato dall’indice di una gigantesca mano che lo sovrasta minacciosa; accanto all’omino la scritta “ME”, sul dorso della mano la scritta “ANSIA“. Al di là delle occorrenze scientifiche in cui il termine trova utilizzo, oggigiorno l’ansia sembra essere un’etichetta piuttosto utilizzata nel mondo giovanile, specie nell’ambito universitario: si è in ansia per gli esami, per le relazioni, per il futuro…la vita universitaria sembra scivolare costantemente verso forme diffuse di irrequietezza e instabilità, dove gli stessi momenti di riposo e di divertimento vengono letti come fugaci sospensioni di un disagio sempre latente. C’è un utilizzo estremamente colloquiale del termine, che esemplifica perfettamente quelle situazioni che producono in noi uno stato di tensione che ci getta nello sconforto e nell’irrequietezza (ad esempio una sessione d’esami). Tuttavia è anche vero che c’è un’ansia giovanile molto più profonda, a mio parere dettata da una certa lettura della realtà che passa come unica lettura ammissibile, un’ansia da prestazione che trova un profondo radicamento nel ruolo giocato dall’università.

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Se la realtà viene letta sotto la lente della competizione, se si insegna che bisogna saper fare di sé un prodotto da lanciare sul mercato del lavoro, se si professa la precarietà come nuova condizione sociale, inevitabilmente si tenderà ad educare le generazioni più giovani sotto il segno di un’ansia da prestazione generalizzata, dove creatività e passione rispondono solo ad un successo economico e ad un posizionamento sociale. Non è un caso che oggi, nell’epoca delle università di massa, molte facoltà si siano trasformate principalmente in “esamifici” e che propongano spesso programmi “confezionati” per una rapida assimilazione di competenze, dove la formazione professionalizzante va a scapito di un sapere critico e teoretico.

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Le stesse immagini ironiche sull’ansia che si avvicendano nelle bacheche di facebook dicono molto di più di quanto mostrano: emerge la discrepanza tra uno sguardo non ancora rassegnato alla “logica” delle cose e una serie di mantra ormai consumati che ci dicono che la vita è sostanzialmente fatta di compromessi e che avere un futuro libero, in via di progettazione, può essere più una condanna che un dono. C’è dunque nei giovani un’ansia dettata anzitutto dalla presenza di un sistema che chiede agilità e spregiudicatezza, e d’altra parte un’ansia dettata dalla diversità.

Abbiamo ormai reso l’ansia il pane comune di cui sfamarci, il segno di qualcosa che polarizza le nostre relazioni e che investe appieno un’esperienza fondamentale come quella degli anni dell’università. C’è dunque da chiedersi fino a che punto un malessere generalizzato possa continuare a persistere senza l’esigenza di un cambio di tendenza, qualcosa che proprio dai giovani dovrebbe venire, posto che sappiano ancora trovare dentro di loro l’energia e il coraggio per cambiare le cose.

 

 

 

 

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