Room: l’universo genitoriale in una stanza

Con uscita prevista al 3 marzo nelle sale italiane, Room, diretto da Lenny Abrahamson, è l’adattamento cinematografico del libro omonimo di Emma Donoghue (in Italia intitolato «  Stanza, letto, armadio, specchio », edito da Mondadori), cui idea è nata dopo i fatti del caso Fritzl, sui quali la storia – e l’autrice l’ha precisato in un‘intervista – non è però basata.

Nel film Brie Larson– superfavorita agli 88esimi Oscar– interpreta Joy, rapita all’età di 19 anni dal « vecchio Nick ». Questi la tiene prigioniera in un bunker da 7 anni, in cui tempo dopo è nato il figlio Jack (interpretato da Jacob Tremblay) che il rapitore le ha permesso di tenere.

Nato e cresciuto nella « stanza », Jack non ne è mai uscito. Scopriamo infatti che al di là della tv, il bambino non ha mai avuto contatto con il mondo e non ha mai conosciuto una realtà oltre quella della « stanza ». La stessa tv sarebbe, come gli ha spiegato la madre, una scatola magica in cui nulla è reale. Ma avendo ormai 5 anni, il bambino è sempre più curioso e fa sempre più domande, finché la madre non si trova costretta a rivelare l’atroce verità al figlio.

È questo un film in cui, come ha dichiarato il regista al The Guardian, nella situazione restrittiva di una stanza si apre un universo, quello del rapporto tra una madre e il proprio figlio. La quattro mura di una « stanza » diventano così « un ricco territorio per discussioni su cosa sia il crescere » . E la grandezza di questo universo psicologico sembra applicata anche alla stanza, di cui spesso ci si dimentica la reale dimensione di 9 m² .

Ciò è dovuto alla tecnica utilizzata dal regista, che non per niente ha poi ottenuto una nomination per Miglior Regia agli Academy. L’idea di Abrahamson è stata infatti di utilizzare un set modulare composto da muri mobili  tra i quali posizionare  le telecamere, potendo quindi mantenerle sempre all’interno della dimensione effettiva della stanza. Le riprese vengono dunque ristrette tramite lenti apposite sui soli personaggi, sfocando lo sfondo, per poi riportarci alla realtà allargando la ripresa.

Allo spettatore è permesso entrare dall’unica porta aperta della stanza, quella della fantasia di Jack. È tramite gli occhi del bambino, innocenti e fiduciosi, che anche nel libro conosciamo il suo mondo e sua madre, «Ma». E la storia è ancora più drammatica proprio perché presentataci attraverso la prospettiva di un bambino che non comprende a fondo quello che gli succede.

Obiettivo del film era però anche di rappresentare il dramma di Joy, una madre che in una situazione limite deve trovare il modo perché il figlio possa crescere il più normalmente possibile.

Il personaggio di Ma è stato dunque amplificato rispetto al libro, dove il punto di vista “limitato” di un bambino non poteva bastare alla rappresentazione psicologica della madre. In ciò è stata fatta la scelta vincente di lasciare la sceneggiatura in mano all’autrice stessa, perché chi meglio poteva conoscere la psicologia dei suoi personaggi? Fondamentale però per questa amplificazione è stato anche il lavoro sapiente dell’attrice stessa.

La Larson ha infatti svolto una ricerca metodologica e razionale su tutte le conseguenze, psicologiche e fisiche, di una reclusione di 7 anni. Come ha dichiarato a A.V. Club «Ho parlato con un trauma specialist dell’abuso sessuale e di cosa capiti alla mente dopo che si rimane rinchiusi in uno spazio simile per 7 anni. Del resto è ben diverso da un periodo, ad esempio, di una settimana, perché s’incomincia a percepire determinate cose come normali» ed è precisamente quello che accade ai due protagonisti, che all’interno della stanza ormai hanno creato una loro routine. La stanza è la loro vita (e si vedrà quale sarà l’enorme fatica di vivere al di fuori di questa).

Per la Larson era dunque importantissimo carpire anche i più piccoli dettagli del suo personaggio, delle sue possibili reazioni, il suo modo di pensare, che ha « frammentato in mille piccoli pezzetti » così da poter relazionarsi con «Ma» al meglio, e mostrarci a fondo la sua psicologia durante la prigionia e dopo. Ma questo non è senz’altro l’unico merito della Larson.

All’epoca delle riprese infatti Tremblay aveva solo 8 anni e conosceva il minimo necessario della trama al solo fine della sua interpretazione. Necessitava una guida che lo aiutasse ad esprimersi al meglio, ed è stata la Larson a ricoprire tale ruolo. Inoltre l’attrice è riuscita a creare un vero e proprio legame ed una profonda amicizia con il giovanissimo, amicizia a suo parere « incredibilmente importante per la stessa esperienza del girare il film ». Lo stesso Abrahamson ha dichiarato quanto la Larson sia stata un’insegnante fondamentale per Tremblay. E guardando il film non si può non notare questo grande feeling che rende ancora più realistica la vicenda.

Grazie al suo intenso lavoro, l’attrice ci ha regalato un’interpretazione eccellente di cosa voglia dire essere un buon genitore in una situazione così estrema. Eppure il merito più grande di Room è quello di non presentare assolutamente un caso eccezionale nella sua singolarità, ma una vicenda nella quale ogni genitore, anzi tutto il pubblico può immedesimarsi, comprendendo anche quali possano poi essere i problemi una volta usciti da tale situazione.

Tutto ciò è stato reso possibile da una collaborazione riuscitissima tra sceneggiatrice, regista e attori che, tutti, ci hanno permesso di stabilire una vera e propria connessione emotiva con i personaggi e la loro situazione emotiva.

Non sorprende, dunque, che il film abbia ottenuto quattro nomination agli Oscar (oltre che per la performance dell’attrice, e miglior regia, anche per la sceneggiatura e miglior film), e ancora meno meraviglia che la Larson abbia così tante possibilità di vincere. Del resto ha già battuto le colleghe più famose portando a casa Golden Globe e SAG Award per la migliore attrice protagonista. La scena si potrebbe ripetere anche al Dolby Theatre, dove sono in molti che si aspettano di sentire il suo discorso di ringraziamento per la statuetta più prestigiosa di tutta Hollywood.

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