Leggerezza e dolce relax davanti ai disagi della società italiana

“Sempre meglio che lavorare”: un ibrido tra cinema e web

 

“Ti ricordi quando eravamo giovani e volevamo spaccare il mondo?”

“Io c’ho la stessa identica voglia di spaccare il mondo di prima … nessuna!”

Queste alcune tra le tante battute simboliche e di effetto del nuovo lungometraggio prodotto dalla Taodue Film di Pietro Valsecchi, nelle sale dei cinema dal 21 gennaio scorso. I The Pills, un trio di amici youtubers, sbarcano sul grande schermo dopo tre anni di sketch in bianco e nero, realizzati dentro una casa e pubblicati su youtube. Grazie a questa idea sono diventati grandi. Grandi da intendersi non solo per il successo. Matteo Corradini, Luigi Di Capua e Luca Vecchi hanno ormai trent’anni a testa, non parlano più dei tempi dell’università, ma piuttosto trattano di temi sociali. Adesso raccontano la generazione dei giovani negli anni subito dopo gli studi, quando non si sa cosa fare. Il filo conduttore è quindi la profonda negazione della crescita, vista come simbolica rinuncia a poter sognare. Lavorare assume i connotati di una parola tabù che tutti e tre i personaggi non riescono quasi a sentir nominare.

Ma cosa spinge esattamente i protagonisti a rappresentare questo immobilismo post-adolescenziale?

Nonostante il rifiuto di stage e colloqui di lavoro in nome di un perenne gioco tra leggerezza e dolce relax, nonostante decidano di vivere fumando sigarette – solo? bevendo caffè e pronunciando idiozie attorno al tavolo della propria cucina, le responsabilità verso la società contemporanea iniziano ad insinuarsi e a crescere sempre di più. Il lavoro attacca alle spalle e la loro inusuale routine si inserisce all’interno di un quadro di suspense e di crisi crescente. Dietro la sceneggiata e le grosse risate da parte del pubblico si profila una tematica più che attuale – a dir poco delicata  -. 

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Instabilità generale, mancanza di punti fermi e crisi persistente sembrano minare lo slancio dei giovani ormai da un po’ di anni a questa parte. Appaiono sempre più disincantati, pragmatici e meno rampanti rispetto al passato e ai propri genitori. Si potrebbe forse definire una “generazione di mezzo” che, da una parte, porta con sé il retaggio di una certa cultura del passato, tale per cui l’unico modo per trovare lavoro sembra dipendere dall’avere le conoscenze giuste, dall’altra però sta prendendo coscienza di avere la responsabilità del proprio futuro. Ad ogni modo sono sempre di più i giovani che, terminato il percorso universitario, hanno più che un minimo di esitazione, di dubbio, di vertigine. Ecco che qui subentra lo stato d’animo dei The Pills. I trentenni di oggi non trovano lavoro, non riescono ad emanciparsi e di questo sono terribilmente affranti. I The Pills no: ad una forzata occupazione in ufficio, alle otto ore per trecento euro hanno preferito fare quello che più li divertiva. Con impegno, costanza, passione e diletto hanno reso questo divertimento un vero e proprio lavoro.

“Fare quello che ti piace è sempre meglio che lavorare”: non c’è frase migliore se quello che piace può trasformarsi in una vera e propria occupazione carica di emozioni e, soprattutto, di soddisfazioni, e perché no, anche in un guadagno, proprio come nel caso dei nostri protagonisti.

Invecchiare, assumersi le proprie responsabilità o aggrapparsi all’adolescenza? È questo il dilemma. Ma questi sono i The Pills e quindi “fa’ ‘na canna, zì!”.

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