Memoria storica – Da chi discendono gli italiani?

Viviamo in un periodo storico tristemente costellato da guerre civili intorno al globo e migrazioni di massa, migrazioni che non sono affatto ben viste dai paesi ospitanti, italiani compresi. Ma ciò che il nostro Paese tende sempre più a sottovalutare o a dimenticare è l’importanza storica che ha avuto la nostra penisola come meta della migrazione più antica, quella che ha dato vita al secondo Impero più vasto della storia europea.

Non più di due mesi fa e dopo anni di scavi quasi infruttuosi, nei pressi di Cuma sarebbe venuto alla luce il Tempio di Apollo di cui Virgilio narra nella versione originale dell’Eneide. Una scoperta simile ha destato grande stupore ed emozione, quale prova tangibile dell’esistenza del giovane Enea, sbarcato sulle coste italiane (nell’attuale Basilicata). Le analisi effettuate sulle rovine hanno inoltre provato che il tempio di Cuma presenterebbe due planimetrie distinte, risalenti rispettivamente all’età augustea e al VI-V secolo a.C.
Secondo il mito, Enea stesso avrebbe visitato personalmente questo tempio, costruito da Dedalo, e lo avrebbe consacrato al dio Apollo, caro al culto troiano. Inutile dire che una scoperta di tali proporzioni ha scatenato più polemiche che ovazioni, comprovando di fatto l’esistenza nel passato di un profugo troiano scampato miracolosamente al rogo della città di Troia. Che persino la guerra sia mai stata combattuta non è provato al momento, e ciò rende il tema dei poemi epici solo una teoria confusa.

Heinrich Schliemann e sua moglie
Heinrich Schliemann e sua moglie

Ad oggi tuttavia, il Tempio di Apollo non è l’unico elemento storico-epico in nostro possesso. Nel 1870, un ex affarista tedesco di nome Heinrich Schliemann organizzò uno scavo clandestino presso la collina di Hissarlik in Turchia, con lo scopo di portare alla luce le antiche mura della città omerica. Con sua grande sorpresa, dopo alcuni ritrovamenti di vasellame e utensili, dagli scavi emersero ben sette città diverse risalenti a varie epoche storiche, tra le quali il cosiddetto “Strato VII“: quest’ultimo presentava mura ciclopiche costruite attorno a numerose abitazioni, distrutte da un incendio attorno al 1500-1300 avanti Cristo. Schliemann, aiutato dai poemi omerici, attribuì questo strato a quello della nota città.
Ma una scoperta ancora più sensazionale avvenne l’ultimo giorno degli scavi: per puro caso, l’archeologo rinvenne un grosso recipiente di rame, colmo di gioielli femminili (almeno ottomila pezzi diversi). Seguendo nuovamente le descrizioni dettagliate di Omero, Schliemann riuscì a provare che si trattassero del “tesoro di Priamo“, nascosto durante la notte dell’incendio da parte dei Greci.
Anche all’epoca questa scoperta suscitò numerose polemiche, secondo le quali non era possibile accreditare il ritrovamento al testo di un personaggio probabilmente mai esistito realmente (alcuni ritengono infatti che Iliade ed Odissea siano l’unione di tanti testi scritti da altri autori).

Ma se fosse possibile accomunare le scoperte di Schliemann con le analisi effettuate a Cuma, potremmo sicuramente cominciare a credere che questa magnus opus epica in nostro possesso non sia un racconto puramente fittizio, ma che nasconda solide fondamenta di verità che gli italiani e gli europei stanno dimenticando col tempo: per i grandi poeti come Virgilio, la nostra cultura discende dalla più antica migrazione della civiltà occidentale, quella che diede vita all’Impero Romano, un patrimonio che è lì, sotto i nostri piedi e nei nostri libri, pronto ad essere scoperto e tramandato di generazione in generazione. Sta a noi adesso ricordare la nostra identità.

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