Noi latini del carnevale

Da molte persone ormai il carnevale è considerata una festività per bambini e ragazzini, vuota e senza significato. Sappiamo che ha origini latine ma pensiamo poco a cosa realmente significhi avere ancora una festa romana.

“Semel in anno licet insanire” -una volta all’anno è lecito impazzire- è fattore comune a molte culture antiche: dai babilonesi ai celti, e ovviamente i romani. Agli inizi della primavera, quando la natura rifioriva, tutto il mondo sembrava rinascere dalla morte dell’inverno, come era avvenuto nel momento della creazione dell’universo. Si ripercorreva la cosmogonia tradizionale attraverso processioni con con figure delle forze del caos, che volevano contrastare la creazione dell’universo e, rievocando il caos primordiale, diventava lecito fare cose normalmente proibite. Cielo e terra erano uniti, i due regni dei vivi e dei morti tornavano a dialogare grazie ai travestimenti, con cui le persone prestavano il loro corpo alle anime scomparse. Dal caos rinasceva un nuovo mondo di fecondità e fraternità, quindi ritornavano le regole e le norme sociali. Il carnevale aveva svolto il suo compito.

Il cristianesimo ha accolto questa tradizione tra le proprie, come preparazione al lungo digiuno quaresimale. In questo modo è giunta fino a noi. Ma se ad un primo impatto ci può sembrare diverso da quello odierno, quando accantoniamo il significato cristiano, le somiglianze iniziano a comparire sempre più numerose, anche se spesso dimenticate.

Pensiamo che i latini fossero uomini completamente diversi, eppure, dopo più di 2000 anni, ecco ancora le loro tradizioni in mezzo a noi, tanto integrate nella nostra cultura che non ci rendiamo neanche conto che hanno una storia così antica. Il carnevale è stato una festa romana e adesso è una festa cristiana, ma continua ad essere segno del nostro legame con gli antichi “nonni latini”. Una parte della loro cultura vive ancora ogni anno, in mezzo a coriandoli e stelle filanti.

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immagine da tonykospan21.wordpress.com

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