Viralità o “spalmabilità”? Come viaggia il contenuto sui social

 

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“Non hai ancora visto quel video? Dai, è diventato virale in una settimana”.

Probabilmente molti di voi hanno già sentito questa frase quando si parlava di “Gangnam Style” – la canzone coreana dalla coreografia improbabile – o dell’immagine di John Travolta confuso che per tutta la fine del 2015 ha occupato le nostre Home Page di Facebook. Ma cosa vuol dire veramente “diventare virale”? Ha un’accezione negativa o positiva? Può veramente decretare il successo di un contenuto online?

Come molti di voi avranno notato, il termine virale ha uno stretto legame con il concetto di virus: questo piccolo agente infettivo si replica esclusivamente dentro altri organismi, inconsapevoli di avere nuovi e indesiderati ospiti. La caratteristica principale del virus però sta nella sua facilità a diffondersi e “infettare” più persone possibili in un lasso di tempo minimo. L’utilizzo di questo termine riferito ad alcuni contenuti online li marca quindi in modo piuttosto definito: il pubblico non sceglie, ma ne è semplicemente investito. Sembra quasi che l’intelligenza collettiva del web non sia capace di discernere la qualità all’interno dei diversi Terabyte di materiale offerto.

Tuttavia, come lo studioso di comunicazione e new media Henry Jenkins sostiene, gli anticorpi del web – cioè le preferenze degli utenti – sono molto influenti sulla diffusione di notizie e materiale digitale. Il termine che contrappone alla parola viralità infatti è “spreadability” che, tradotto letteralmente, vuol dire “spalmabilità”, ma è anche traducibile come “adatto ad un’alta diffusione”. Ecco un piccolo esempio per spiegare la differenza.

Ha guadagnato 350 mila visualizzazioni nei primi due giorni di pubblicazione ed è stato menzionato dall Huffington Post, Mtv e Cosmopolitan nella prima settimana di vita. Ecco a voi “Dark Lord Funk”.

 

Questo videoclip si è diffuso in tutto il mondo, conquistando i fan di Harry Potter e diventando una prova della differenza fra viralità è “spreadability”. Secondo il pensiero di Jenkis, il pubblico gioca infatti un ruolo attivo nella diffusione del contenuto sui diversi social media, mentre la parola “virale” suggerisce una sorta di passività. Un contenuto che viene diffuso ha infatti degli elementi che attraggono gli utenti e li spronano a condividere. In questo caso i fattori vincenti sono:

– Harry Potter: questo personaggio e il suo mondo possono contare su dei fan molto appassionati e con una forte presenza online;

– “Uptown Funk” di Mark Ronson: l’indimenticabile hit passata da tutte le radio questa primavera, insieme al suo indimenticabile videoclip.

Questi due elementi della cultura pop si mescolano perfettamente, dando vita ad un prodotto culturale completamente nuovo. Ed è proprio questo il motivo per cui gli utenti guardano e condividono il video volentieri: hanno la sensazione di aggiungere un tassello in più a quello che per loro è il mondo di HP. In aggiunta a questo, il video può essere apprezzato anche da chi non parla inglese fluentemente: i sottotitoli permettono di leggere tutti i giochi di parole che gli Youtuber hanno inserito nel videoclip.

Il risultato finale è così bello che persino J. K. Rowling ne ha riconosciuto la genialità.

Dopo aver visto queste reazioni, pensate che “viralità” sia ancora il termine giusto per i contenuti online?

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