Sedici anni, un caffè e quella scuola tanto odiata.

Quanti ragazzi di sedici anni vorrebbero chiudere i libri, salutare una volta per tutte la scuola e vivere senza più questo grandissimo peso che da anni ha causato loro ansie, litigi e, melodrammaticamente parlando, vere e proprie tragedie – dettate da interrogazioni, compiti e valutazioni.
“I ragazzi non hanno voglia di studiare”, “Inutile che mio figlio vada a scuola, non ha curiosità per nulla. Sarebbe meglio che andasse a lavorare”: sono frasi che si sentono spesso. Ma è davvero così? Passiamo la parola a tre ragazzi di 16 anni, i veri protagonisti.

Ciao ragazzi, innanzitutto vi ringrazio per aver accettato di chiacchierare con me. Volevo partire con una domanda molto semplice, vi piace andare a scuola?
A: In generale devo dire sì.
M: Non particolarmente, diciamo che dipende dalle giornate.
R: Bisogna considerare fattori positivi – come per esempio la creazione di amicizie – e aspetti negativi, come per esempio l’ansia costante dei voti, le nottate passate a studiare. Ma sostanzialmente sì, sono felice di andare a scuola.

Dopo una giornata passata tra i banchi di scuola, cosa ti porti a casa?
A: Quando torno a casa da quello zoo chiamato scuola porto a casa tanta voglia di staccare la spina leggendomi un libro o guardandomi un bel film.
M: Non vedo l’ora di dormire, quando torno a casa sono sempre stanca, anzi, esausta, e stressata – #maiunagioia, tanto per intenderci -.
R: Sicuramente la fame. Vorrei dirti che porto a casa nozioni fondamentali per la costruzione del mio futuro, ma l’ipocrisia non fa parte di me: torno a casa k.o. e non riesco ad aprire libro prima delle 18.

Ho sempre pensato alla parola scuola in stretto legame con la parola futuro. A voi fa paura?
A: Credo che questo legame possa iniziare solamente all’università.
M: Ho un po’ di timore sul quello che potrà essere il mio futuro; ma sono speranzosa e mi voglio buttare in pieno. Credo che sia forte il legame tra scuola e futuro: quest’anno, infatti, hanno iniziato ad introdurci nel mondo del lavoro attraverso delle esperienze lavorative.
R: La scuola è una guida per ciò che ogni persona sarà in futuro: ciò che verrà non mi spaventa affatto.

stock-photo-13887814-anxietySe io vi dicessi: “E i sette e mezzo in latino, per esempio, che da semplici strumenti sono diventati una specie di fine ultimo? Insomma, a quanto ne so dovrei studiare per strappare un titolo di studio che a sua volta mi permetta di strappare un buon lavoro che a sua volta mi consenta di strappare abbastanza soldi per strappare una qualche cavolo di serenità. Cioè uno dei fini ultimi è questa cavolo di serenità martoriata.”
(Tratto da Jack Frusciante è uscito dal gruppo, di Enrico Brizzi)
A: Sono completamente d’accordo con quanto scritto. Trovo assai frustrante dover rinunciare a qualcosa che farei volentieri nel presente per concentrarmi e cercare di ottenere qualcosa che probabilmente mi farà felice in futuro. Il carpe diem dove va a finire?
M: Guarda, non hai idea di quante volte mi sono posta domande del genere. Io studio per il voto, ma obiettivamente il voto cosa mi porta? Il voto non ha assolutamente senso, ma io ancora non riesco a studiare per una soddisfazione personale. Ho tante passioni e la scuola non è necessariamente la prima cosa a cui penso,ora come ora la serenità è un po’ un concetto a me distante, ma ci lavorerò perché dobbiamo tutti crearci un futuro sereno e piacevole.
R: Non posso prevedere il futuro, non sono convinto che i sacrifici che sto facendo a quest’età mi saranno indispensabili tra vent’anni.

Vorrei parlare ora della figura del professore. Lo vedete più come un ostacolo o come una persona con la quale confrontarsi e con la quale poter creare un rapporto di confronto?
A: Ho sempre pensato che molti professori non siano altro che persone tristi e scontente che, di conseguenza, generano studenti frustrati e svogliati. Il compito di un insegnante è quello di far apprezzare la propria materia. Per mia fortuna, ho anche avuto qualche professore che mi ha veramente fatto amare la sua materia e che ho considerato addirittura un amico.
M: La maggior parte dei professori è scontrosa e inadatta al rapporto con gli studenti, risolvono tutto dandoti un due. Ci sono, seppur in casi rari, professori davvero umani e attenti alle nostre esigenze.
R: La figura del professore ritengo sia fondamentale per la crescita di ogni studente: deve riuscire a trasmettere la sua passione per la materia e far sì che ognuno di noi possa sfruttare tutto il suo potenziale. Io non considero i professori miei nemici, ma sono convinto che molti insegnanti ci etichettino per voti che prendiamo e non si preoccupino tanto delle nostre emozioni.

stock-photo-53823094-happy-turkish-students-leaving-for-home-from-school-istanbulQuanto la scuola influisce sul vostro tempo libero?
A: In tutta la mia breve vita penso di aver buttato più tempo studiando per verifiche che dormendo. La scuola mi toglie definitivamente troppo tempo, per non parlare poi di soldi per le ripetizioni.
M: Sinceramente non influisce tanto. Ascolto molto in classe e non devo faticare tanto a scuola; meglio così, non permetterei alla scuola di togliermi una vita sociale come succede a molti miei amici.

Continuerete gli studi all’Università?
A: Si, frequenterò l’Università. Credo di iscrivermi in un’università straniera.
M: Certo, vorrei specializzarmi nell’inglese per poi puntare a lavori come l’avvocato internazionale o la traduttrice.
R: Si, e sinceramente sono curioso di affrontare il mondo dell’Università.

Scuola e genitori: oppressione? Fatica? Ansia?
A: Personalmente no.
M: Decisamente tanta, troppa oppressione. Ansia per qualsiasi cosa.
R: Tutto dipende da genitore a genitore; io personalmente non percepisco un senso di oppressione da parte dei miei genitori. Mi hanno sempre aiutato e mi sono stati vicino nei momenti più disperati, e di questo sarò loro molto grato.

A tutti quelli che dicono “i ragazzi non hanno niente da dire”, voi cosa direste?
A: La mia generazione sarà solo pattume senza concetti, idee, valori per cui lottare, ma vorrei che gli adulti che tanto ci criticano capissero che questa situazione è esclusivamente colpa loro.
M: Faccio ciò che più mi piace e coltivo le mie passioni. Sono piuttosto piena di interessi, non significa che se non mi piace leggere allora non ho nulla da dire. Mi interessa la politica, penso con la mia testa e vado contro la massa.
R: Non sono assolutamente d’accordo. Ognuno di noi coltiva interessi e passioni diverse. Passioni che magari, un giorno, diventeranno un lavoro. Forse gli adulti sono invidiosi delle possibilità che abbiamo oggi.

L’intervista finisce e l’atmosfera è tra le più belle: si ride e si scherza come se fossimo amici da sempre. Come avete potuto leggere, quei “ragazzi che non hanno nulla da dire” sono, almeno in questo caso, un altro triste stereotipo della nostra società. Vorrei parlare ora ai professori, forse un po’ ingiustamente – o giustamente? – martoriati dai ragazzi a cui ho fatto le domande. Non è facile il vostro lavoro in un mondo dove la scuola ormai sta perdendo molti valori, i valori principali, e dove i ritmi sono frenetici. Ma non bisogna mai generalizzare, mai: perché non tutti sono così. Perché ci sarà sempre qualcuno a cui, grazie alla vostra professione, brillerà una luce negli occhi. Combattete per quella luce: è la cosa più importante.

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