Facebook ci sta sfruttando?

Qual è il fine di una scatola vuota? Semplicemente non esiste: una scatola deve contenere qualcosa per essere utile e fare ciò per cui è stata creata.

La stessa metafora potrebbe essere tranquillamente applicata a Facebook: a cosa si ridurrebbe il social dei pollici in alto se gli utenti non caricassero contenuti, li condividessero e interagissero fra loro? Beh io credo che sarebbe molto diverso da quello che vediamo oggi e, molto probabilmente, non esisterebbe nemmeno.

Don Tapscott, sociologo e studioso canadese http://thinkers50.com/wp-content/uploads/don_tapscott.jpg

Infatti, sin da quando è nato, Facebook ha sempre decentralizzato la creazione di contenuto, facendo in modo che risultasse nelle azioni stesse degli utenti sul social media, senza creare qualcosa che fosse “redazionale”. Questa spontaneità da parte degli utenti nel condividere i loro stessi contenuti non sarebbe stata possibile senza il Web 2.0 e quello che Don Tapscott chiama lo slittamento da consumatore a prosumatore. Come il prefisso suggerisce, quest’ultimo tipo di utente non solo fruisce e rumina contenuto, ma ha un ruolo proattivo nella creazione e nell’eco mediatico fatto raggiungere a questi ultimi. In aggiunta a questo, bisogna considerare che gli utenti di Facebook possono creare “conversazioni” e generare valore, nel senso di vista economico del termine, su un determinato contenuto. Quando si parla di brand sui social, quest’ultima affermazione diventa ancora più interessante considerato che i mercati sono conversazioni, come diceva già nel 1999 il Cluetrain Manifesto. Considerato questo, il lavoro prodotto dagli utenti su Facebook deve valere molto per i brand e sembra quasi che Mr Zuckerberg stia svendendo le nostre vite online come se fossero semplici dati di mercato raccolti durante una qualsiasi intervista telefonica. Il motivo per cui Facebook ad oggi è ancora gratuito risiede esattamente nella possibilità di poter scambiare i nostri dati più veri, sinceri e quotidiani con l’industria. Il surplus che permette ai social di guadagnare così tanto sta infatti nell’affetto,nel senso di comunità che riescono a creare. Non solo quindi si prospetta un problema di privacy, ma paradossalmente anche di copyright: se gli autori siamo noi, perché è Facebook a guadagnare?

Il computer, estensione virtuale della nostra vita sociale

Tuttavia bisogna riconoscere, come si vede nel documentario Generation Like (purtroppo sottotitolato solo in inglese), che per la prima volta nella storia dei mezzi di comunicazione il pubblico si sente parte del processo creativo. In aggiunta a questo va tenuto in considerazione che Facebook permette a tutti di diventare dei cantastorie e/o narratori: come dice il professor Pinardi, l’essere umano ha continuamente bisogno di raccontare e raccontarsi storie per spiegare il mondo attorno a se e affermare la sua identità in una massa indistinta. La bacheca di Facebook non diventa altro che la nostra proiezione ideale, il ritratto che vogliamo mostrare al mondo. Mistificazione? Falsità? Ipocrisia? Può anche darsi, ma per la prima volta nella sua esistenza, l’uomo può raccontare se stesso e può farlo su un medium di massa. E, come possiamo vedere ogni giorno, nessuno si sente sfruttato affatto.

P.s. volete sapere quanto valgono i vostri dati? Buon divertimento!

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