Viaggiare per lavoro: un punto di vista positivo

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La fuga di cervelli degli ultimi anni testimonia quanti giovani, al giorno d’oggi, siano disposti a lasciare il proprio paese per lavoro e abituarsi a un nuovo mondo. Non è affatto semplice, ma spesso è l’unica alternativa che si interpone fra noi giovani e la disoccupazione.
Ciò che da quest’intervista si può imparare, è che serve munirsi di grande coraggio per affrontare queste situazioni, soprattutto quando il lavoro che ci appassiona ci porta a dover viaggiare verso mete dove non vorremmo mai recarci per timore di ciò che  è sconosciuto.

L’ingegnere elettronico Antonio lavora per un’azienda di telecomunicazioni e il suo impiego lo ha sempre spinto a viaggiare e vivere in luoghi percepiti come poco comuni dalla maggior parte degli italiani.

Antonio, in cosa consiste il tuo lavoro? Credi sia importante per ciò che fai raggiungere mete lontane, oltre i confini italiani?

Il mio sogno era di progettare sistemi di telecomunicazioni e di lavorare in laboratorio, ma il caso ha voluto che capitassi in un dipartimento diverso da come immaginavo. Il mio lavoro mi portava a contattare e a rispondere ai capitolati dei clienti. È capitato tutto per caso, e la fortuna è stata per me iniziare a lavorare in un settore che aveva a che fare coi capitolati di bandi esteri. Sono stato inserito nel gruppo export, che mira ai clienti internazionali.
Agli inizi della mia carriera, mi è stato offerto un lavoro in sede estera, in Arabia Saudita, e ho accettato. Da lì, è iniziata la mia avventura.
Col tempo, il mio lavoro è diventato sempre più commerciale e adesso ho a che fare con clienti di tutto il mondo. È importante allargare gli orizzonti del proprio lavoro, acquisire sempre più esperienza.

È importante saper comunicare nel paese in cui ti trovi, anche chiedere informazioni può essere un problema se non conosci la lingua del luogo. Quante lingue hai dovuto imparare o credi sia necessario conoscere, per viaggiare intorno al mondo?

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Non avevo mai parlato inglese prima di iniziare il mio lavoro, negli anni 90. Poi, conoscere almeno questa lingua è diventata una facoltà necessaria. Nel 90% dei casi, con l’inglese te la cavi, ma ci sono posti in cui è conveniente conoscere il francese, come nei paesi del nord Africa, o lo spagnolo per il Sud America. In Cina era complicato per me comunicare coi tassisti, pochi conoscevano l’inglese e mi ritrovavo sempre nel posto sbagliato al momento sbagliato.

Quanti posti hai visitato? Sono sempre stati tutti accoglienti con te e i tuoi colleghi?

Mi sono trovato a viaggiare in posti un po’ atipici. Ho viaggiato in tutti i paesi dell’Europa dell’est, adesso viaggio spesso nei paesi del nord Africa, o in Nigeria e in Algeria. La Cina si può considerare un continente per le sue dimensioni e ho dovuto compiere lunghi viaggi per visitare le diverse province cinesi. A dirla tutta, ho perso il conto di tutti i viaggi che ho fatto, avrò fatto circa tremila decolli.
Mi sono sempre trovato bene, ovunque. Non esiste l’Inferno in Terra. Nonostante la diversità delle culture, si deve sempre ricordare che siamo tutti uomini ed è possibile farsi una vita ovunque vi siano persone, basta adattarsi. Ovunque vivono italiani, e noi italiani siamo sempre benvenuti.

Il luogo dove torneresti più volentieri e invece quello in cui preferiresti tornare raramente?

Devo dire che il luogo in cui tornerei volentieri sarebbe l’Arabia Saudita. Ho vissuto lì per cinque anni e sono felice di aver vissuto un’esperienza simile. È stato forse perché ero più giovane, appena sposato e con una bambina, ma credo sia un luogo molto accogliente nei confronti di noi stranieri.
Per quanto mi riguarda, non vi è un luogo in cui mi sono trovato tanto male da non volerci tornare.

Credi che tutti sarebbero capaci di viaggiare per lavoro?

Assolutamente. Oggi, per come gira l’economia, è importante spostarsi dove c’è l’occasione di migliorarsi. Ci vuole spirito di adattamento, ma non è terrificante come può sembrare. Alla fine, quando ti trovi lì, capisci che non è male come immaginavi. Ciò che posso dire è che vale la pena affrontare esperienze simili, per arricchirsi, conoscere persone di altre nazionalità e di alto livello e inseguire le proprie ambizioni.

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