Il cibo e l’arte dell’ossessione: Vanessa Beecroft

Lascio che la componente aleatoria di una performance crei momenti non previsti, non perché io ami il caos, ma perché non lo posso evitare”

Il caos: impossibile evitarlo. Quando l’ossessione per il cibo diventa arte, questa rispecchia la personalità dell’artista stesso, come nel caso di Vanessa Beecroft, fotografa italiana contemporanea che nelle sue opere mette in scena una delle sue più grandi ossessioni che le ha sempre creato una sorta di profondo turbamento. Per otto anni, dal 1985 al 1993, la Beecroft ha annotato quotidianamente ciò che ha ingerito e ciò che, probabilmente, non avrebbe dovuto ingerire, ma che è stata spinta a mangiare anche a causa della sua malattia, la bulimia.

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Vanessa Beecroft

La scelta espressiva della Beecroft è stata quella di pensare e realizzare performance e “quadri viventi” utilizzando il corpo di giovani donne più o meno nude, mosse secondo precise coreografie, con opportuni commenti musicali o con il variare delle luci. Beecroft pone al centro della propria riflessione i temi dello sguardo, del desiderio e del mondo della moda.

Il Libro del Cibo, un video in cui rappresenta le fasi della sua malattia in quegli otto anni, è il suo primo lavoro e mette in evidenza proprio il cibo, è la sua grande ossessione. Nella sua prima opera ha deciso di far rappresentare questo suo diario da ragazze che impersonano un suo alter ego e che come tali sono scomposte, alcune, infatti, sono brutte e sgraziate, proprio a simboleggiare la confusione interiore dell’artista. Questi corpi così fragili rappresentano la sua debolezza nei confronti del legame con il cibo, ma allo stesso tempo la forza e l’importanza del legame stesso, poiché catturano l’attenzione dell’osservatore.
12782376_1044477348950270_1047138692_nAllo stesso modo, una sua performance del 2003, VB52, vede delle modelle seminude, sedute attorno ad un lungo tavolo di cristallo, prendere parte ad un banchetto scandito solo dal colore delle portate. Donne diverse, che la Beecroft ha riunito per due giorni sul set per consumare cibi portati in tavola con un ordine dato solo dalla differenza cromatica: si comincia con il bianco (e quindi uova, cavoli, pane e latte), si continua con l’arancio (mandarini e carote), il verde e si conclude con il viola di melanzane e prugne. Nulla appare casuale: il tavolo è trasparente ed i corpi sono nudi, nel tentativo di portare alla luce anni di silenzi, paure, angosce e dolori. Vanessa Beecroft, infatti, espone solo donne con le quale si identifica, ma subito dopo le estranea da se stesse facendo loro indossare parrucche colorate o scarpe con zeppe esageratamente alte per allontanarle dalla vita reale, quasi a volersi riconoscere nella loro fragilità, ma, allo stesso momento, a non voler ammettere il proprio problema.

Il riferimento autobiografico è il modo più diretto e spontaneo che si ha a disposizione per creare, usando se stessi come esempi per un discorso che, una volta trasferito sul piano artistico, riesce a diventare universale.
L’artista pare voler mostrare la confusione ed il caos che sono parte di lei e che sono provocati dall’ossessione per il cibo, ma che lei, pur rendendosi conto di possedere, sembra non riuscire a vincere, proprio come accade a chi soffre di un disturbo alimentare.

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