La Cina fa un passo indietro: l’urbanistica come sinonimo di ideale

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La Cina non ha intenzione di rinunciare a ciò che resta del proprio aspetto tradizionale e che si è preservato dalla miriade di costruzioni che hanno occupato il suolo – e soprattutto riempito il cielo – nell’ultimo trentennio.

Secondo il parere del presidente Xi Jinping edifici imponenti che richiamano le grandi metropoli dell’Occidente non sono più quello di cui la popolazione ha bisogno, in tutti sensi: il cemento che ha ricoperto la superficie del terzo paese più esteso al mondo è ormai giunto ad essere il simbolo di un ordine di idee che non corrisponderebbe a quello cinese, né rappresenterebbe un arricchimento, ma un pericoloso elemento nullificatore di cultura.

Il parere di Xi Jinping è stato reso ufficiale tramite un documento del comitato centrale del partito reggente, il quale invita i futuri progettisti ad “abbandonare le soluzioni eccentriche per attenersi alle caratteristiche storiche e locali”. L’architettura occidentale è stata definita stravagante e lontana da quei valori del paese su cui i governanti di Pechino stanno facendo leva fortemente. Secondo le attuali direttive i nuovi edifici dovranno essere “adeguati, tradizionali e piacevoli“, allontanandosi da “esotismi, esagerazioni e stranezze prive di identità”. E l’accento sembra esser stato posto proprio su quest’ultimo concetto: stabilire un nuovo modus vivendi per determinare i caratteri di una società ben definita e allineata.

L’esortazione è rivolta a tutti coloro che in grande scala, o nella propria piccola realtà, avranno il compito di delineare l’assetto di un territorio che è stato soggetto a trasformazioni di grande entità negli ultimi decenni. Il processo di urbanizzazione in Cina ha avuto un’accelerazione sorprendente nel secolo scorso. Un editto simile a quello in oggetto, promosso da Deng Xiaoping nel 1979, portò infatti alla prima urbanizzazione forzata e al delinearsi di due grandi categorie di modelli urbanistici differenti. Nella regione orientale sono nati centri densamente popolati e con un notevole sviluppo economico, mentre la zona centro-occidentale è caratterizzata da assidui fenomeni di sprawl: i contadini che evadono dal mondo rurale cercando rifugio nelle città alimentano il sovraffollamento e la condizione di precarietà delle baraccopoli suburbane.

cityscape-1031568_960_720-2Attualmente 275 milioni di persone in Cina vivono spendendo meno di 2 dollari al giorno, ma il paese vanta il maggior numero di miliardari sulla Terra, per le cui esigenze sono sorti gli smisurati complessi di cemento che hanno occupato l’area orientale (si ricordi l’inaugurazione nel 2013 del New Century Global Centre, presso Chengdu). La popolazione cinese è diventata in maggioranza urbana alla fine degli anni Ottanta. Il professore statunitense Mike Davis ha messo in evidenza che tale crescita risulta addirittura superiore a quella che l’intera Europa ha avuto nel diciannovesimo secolo. Nonostante ciò, il fenomeno è in continuo aumento: secondo stime recenti, entro il 2050 ben il 75% della popolazione vivrà in città.

Anche precedentemente tale questione non aveva lasciato in silenzio alcuni architetti e designer autoctoni, direttamente interessati. Alla Bejing Design week del 2014 lo Studio Standardarchitecture aveva presentato un progetto di “abitazione verticale” alternativo ai grattacieli. L’intento del team di Zhang Ke era quello di ridurre l’impatto ambientale prendendo ispirazione dalle case della tradizione.
Il problema legato all’urbanizzazione esiste ed è innegabile, ma la questione che accanto ad esso assume rilievo è di carattere sociale, in senso molto più ampio: gli schemi predefiniti di una nuova urbanizzazione “sostenibile” potrebbero condurre al controllo e alla gestione diretta da parte delle autorità governative. Insomma, l’ennesimo scacco alla libertà.

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