Quando i libri profumano d’intingolo: rassegna gastronomica nella letteratura italiana

Oggi il cibo è un argomento alla moda, come dimostrano i molti programmi di cucina offerti quotidianamente dai palinsesti televisivi, le molte riviste e i tanti volumi presenti sul mercato editoriale, i numerosi eventi organizzati annualmente nelle varie parti del mondo. Una questione à la page, dunque, ma non una novità assoluta: perché il cibo frequenta da sempre le pagine della letteratura di tutto il mondo, testimoniando che ciò di cui l’uomo si nutre è un bisogno necessario per la nostra sussistenza biologica quanto un nutrimento interiore, culturale e altrettanto vitale.
Propongo una vera e propria rassegna gastronomica nella letteratura italiana, la quale è pervasa da mille aromi e profumi diversi.E come non potrebbe, poiché racconta un popolo affamato però anche gran macellatore di carni e ottimo produttore di vino, riso, grano, olio.

Il rapporto che la letteratura ha con il cibo e le sue varie declinazioni è senza luogo e senza tempo.
Uno dei romanzi più celebri della nostra letteratura è Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa. Il libro viene pubblicato nel 1958 e ci riconduce nell’Ottocento siciliano nel bel mezzo di gustose descrizioni di banchetti nobiliari. In questo contesto i cibi hanno importanza sia per quanto riguarda il sapore, sia per la presentazione e il loro aspetto. È proprio durante la sontuosa cena organizzata nell’occasione della riapertura annuale del palazzo di Donnafugata che appare la figura di Angelica, di cui il principe fatalmente si innamora. È così che gusto del cibo e gusto (immaginato) dei piaceri amorosi si fondono in un abbraccio di sapori.

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Andando avanti con gli anni, il Novecento è anche il secolo delle avanguardie e della loro forza dirompente, rappresentata nella cultura italiana ed europea dal Futurismo che, con la sua carica dissacrante e antipassatista, predicò addirittura l’abolizione di uno dei piatti forti della nostra tradizione, la pastasciutta.12788239_1044477308950274_1686023528_n

Giuseppe Tomasi di Lampedusa amava perdutamente la cucina della sua terra siciliana.
È il padre nobile di un altro siciliano gastronomo dei nostri giorni, ovviamente Andrea Camilleri, padre del commissario Montalbano che, ne L’ odore della notte, per esempio divora una teglia di patate al forno, un piatto che poteva essere niente e poteva essere tutto a seconda della mano che dosava il condimento e faceva interagire cipolla con capperi, olive con aceto e zucchero, sale col pepe.12804293_1044477325616939_1136411217_nNelle pietanze preparate dalla fedele cameriera Adelina o dal suo ristoratore di fiducia Enzo, seguite dalla celebre “passiata a ripa di mare” (passeggiata sulla spiaggia), per il commissario il cibo è un momento di pausa e di decongestione dall’impegno investigativo, da consumare in raccolto – e quasi religioso – silenzio.

Nella letteratura il cibo viene ricercato, sognato, consumato e divorato. In molti casi il cibo è segno della socialità e della convivialità e conserva ancora, nonostante la nostra cultura sia ormai massificata e globalizzata, quel valore sacrale che gli appartiene fin dall’antichità.

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