La pratica nelle pagine de Il Politecnico

Il nome de Il Politecnico può risultare ai più sconosciuto oppure rimandare a qualche ricordo liceale di letteratura italiana. Stiamo parlando del titolo di una rivista o, per meglio dire, di due riviste che caratterizzarono momenti diversi della storia del nostro Paese: il primo Politecnico fu voluto da Carlo Cattaneo quando l’Italia ancora non c’era, nel 1839, in una Milano austriaca che meno di dieci anni dopo avrebbe combattuto le “Cinque giornate”. Il “secondo” Politecnico fu fondato da Elio Vittorini nel 1946, quando l’Italia sì, c’era già, ma usciva dallo sfacelo di una guerra mondiale e richiedeva una svolta culturale dopo vent’anni di fascismo.

L’esperienza di queste due riviste è segnata dal valore della pratica. La naturale progettualità umana verso le cose è anzitutto possibile per la radicale libertà con cui l’uomo può decidere ciò che vuol fare di sé: non c’è iniziativa – privata o pubblica – che prescinda tanto da un interrogativo morale (quale è la qualità del mio agire?) quanto da un’intenzionalità della situazione che si vive (verso dove sto andando?). Il “campo della Pratica” di cui parla il Cattaneo nella Prefazione al primo volume de Il Politecnico  è dunque l’esercizio di una ragione che riesce a vedersi solo nella propria applicazione concreta: l’uomo che interroga il proprio agire mentre agisce.

Le tavole con i disegni di macchinari industriali, gli studi di economia, i contributi di pedagogia, i reportage dall’estero  ecc., rappresentano il tentativo di dare una coscienza rinnovata ed internazionale a quella Lombardia austrica produttiva e positivista. Per questo è così importante il sottotitolo che il Cattaneo volle: Repertorio mensile di studi applicati alla prosperità e alla cultura sociale.

Altrettanto rivelatore è il sottotitolo de Il Politecnico di Vittorini: Settimanale di cultura contemporanea. C’era l’esigenza di una pratica della cultura che fosse in grado di trasformare il Paese a partire dalle coscienze dei suoi abitanti. All’idea di progresso del Cattaneo si sostituì una lettura dialettica della contemporaneità, segnata dal rinnovato clima marxista: la cultura doveva assumersi “le responsabilità etiche e politiche delle trasformazioni per cui lotta” (Forti e Pautasso, 1975), in un progetto che era – come già il Politecnico del Cattaneo – politico e pedagogico insieme. La cultura come qualità della propria coscienza politica e come strumento intenzionale di cambiamento.

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