Caspar David Friedrich: il magico fascino del sublime

“Chiudi l´occhio del corpo, affinché tu possa prima vedere la tua opera con l´occhio dell´anima. Poi rivela quello che hai visto nel buio in modo che possa riverberarsi sugli altri dall´esterno verso l´interno.” [Caspar David Friedrich]

Così veniamo catapultati all’interno del dipinto ed invitati a partecipare alla scena come se dovessimo immedesimarci con il personaggio per viverla assieme a lui – sapientemente coinvolgente. Uno sconosciuto di spalle, avvolto in un elegante soprabito d’altri tempi, saldamente ancorato ad un bastone da passeggio. I suoi capelli sono scompigliati dal vento, mentre tutto il resto del corpo sembra essere immobile. Si affaccia, innaturalmente statico – quasi finto, un manichino – dalla cima di un monte, dal bordo di un precipizio roccioso e ammira il panorama in parte offuscato dalla nebbia e dalle nuvole, come se fosse un mare, vasto e frastagliato. Non vediamo il suo volto, ma siamo certi ciononostante del suo atteggiamento contemplativo. In lontananza si ergono le montagne, nere e inospitali, dai contorni sbiaditi e sfumati che digradano dolcemente a valle. Più oltre, il cielo nuvoloso ed inquieto si dilata in modo indefinito arrivando a mescolarsi con l’orizzonte, confondendosi con esso. Tutto intorno all’uomo appare energico, propulsivo, in altre parole vivo. Confuso, perché tormentato dalle nuvole che sembrano onde del mare da qui il titolo dell’opera: “Viandante sul mare di nebbia”.

Veniamo così investiti dallo struggimento tipico dello stile romantico, di matrice prettamente spirituale, che trae alimento dal contrasto tra l’imponenza della Natura rispetto all’impotenza dell’essere umano di fronte alla stupefacente grandiosità e maestosità della stessa. Percepiamo distintamente l’irrequietezza data dalla vana, quanto continua, ricerca dell’infinito rappresentato in questo caso dal paesaggio e dall’orizzonte in lontananza. L’uomo, affossato da una rigida immobilità, si perde nella contemplazione della Natura, dinamica e prorompente e sembra realizzare l’immutabile irrisorietà e piccolezza della sua esistenza.

Caspar_David_Friedrich_Wanderer_above_the_Sea_of_Fog

La contemplazione solitaria – vagamente religiosa – dell’abisso ci conduce inevitabilmente alla costatazione malinconica – quasi dolorosa – dell’infinito passare del tempo, che annulla l’esistenza umana mentre perpetua la Natura, e dell’impossibilità di comprendere la matrice divina da cui Tutto deriva. Il Sublime.

Esiste una sostanziale differenza tra bello e sublime. ll bello si riferisce alla forma dell’oggetto, alla sua limitatezza; è l’insieme delle qualità percepite che suscitano sensazioni piacevoli, statiche e controllabili che attribuiamo a concetti ed oggetti finiti. Il sublime, invece, è astrattismo, terrore, oscurità, potenza, vastità, infinità, silenzio e totalità. Sublime è ciò che è grande al di là di ogni comparazione. E’ lo sforzo della nostra ragione di postulare un infinito che, non solo i nostri sensi non riescono a cogliere, ma neppure la nostra immaginazione riesce ad abbracciare in un’unica intuizione. Il sublime genera un piacere inquieto, negativo, che ci fa percepire ed apprezzare la grandezza della nostra soggettività. Il piacere del sublime è di conseguenza sostanzialmente differente da quello del bello: “Sublime è tutto ciò che suscita nell´uomo il senso della sua finitezza”– Kant. L’uomo – meravigliato, attratto, affascinatosolo con i suoi errori, i suoi dubbi, i suoi limiti, le sue debolezze, le sue mancanze e le sue certezze, piacevolmente attanagliato dallo sgomento, si abbandona alla meraviglia di cui lui è solo microbica parte, acquista una grandezza tragica e si sente protetto dalla cima di quella montagna, al sicuro di fronte alla potenza della Natura, del mondo, dell’infinito. L’uomo nel dipinto si regge ad un bastone che non rappresenta altro se non le illusioni che l’uomo coltiva per vivere.

Per me la bellezza è meraviglia della meraviglia” – diceva Oscar Wilde. Meravigliamoci, quindi, perché la tensione dell’uomo verso ciò che è fuori dalla sua portata e che nonostante i suoi sforzi non potrà mai essere raggiunto, altro non è che un’allegoria – sublime – del cammino della vita.

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