Perché non bisogna sospendere Schengen

Di Mattia Ghisalberti

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Nelle ultime settimane si è tornati a mettere fortemente in discussione l’area Schengen, zona che garantisce la libera circolazione di persone e merci all’interno di 26 Paesi, di cui 22 membri dell’Unione Europea e quattro non membri. In questi giorni a Bruxelles viene passata al vaglio l’ipotesi di una sospensione di almeno due anni del trattato, per permettere di fronteggiare la crisi immigrazione; ma cosa comporterebbe una possibile interruzione, o peggio, abolizione di uno dei pilastri su cui si fonda l’Unione Europea?

Uno studio della banca anglosassone Hsbc ha analizzato le implicazioni di un’eventuale reintroduzione dei controlli alla frontiera. Ad oggi sono sette i paesi, tra cui Francia e Germania, che hanno reinserito le ispezioni di polizia al confine, senza considerare l’Ungheria, che ha eretto una recinzione di filo spinato per fermare il flusso migratorio proveniente dai Balcani; è proprio questo flusso incontrollato, unito a quello che giunge sulle coste italiane, che rischia di far saltare Schengen e portare al collasso l’Unione. Il rischio è che il mancato coordinamento sovranazionale conduca ad un effetto domino nel quale nessun attore ha interesse ad essere l’ultimo paese a non aver chiuso i confini, con l’onere di doversi fare carico delle conseguenze sulla propria nazione.

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Ciò che però desta più preoccupazione sono gli effetti critici che tale decisione avrà sulle esportazioni internazionali. Se è vero che l’introduzione dell’Area Schengen aveva dato slancio al commercio degli Stati che entravano a farne parte, è altrettanto prevedibile che una sospensione del trattato e dunque della libera circolazione potrebbe causare una diminuzione dei volumi degli scambi all’interno dell’Ue; infatti l’export tra i vari Paesi Ue ammonta a oltre 2.900 miliardi di euro, circa i due terzi delle esportazioni totali. La Fondazione Bertelsmann, considerando l’aumento dei prezzi e il calo della domanda, stima una perdita superiore ai 1.400 miliardi per l’economia europea nell’arco di dieci anni, con la sola Italia che vedrebbe sfumare dai 50 ai 150 miliardi di euro. “Un’Europa senza frontiere interne apporta notevoli benefici anche a livello economico, il che dimostra quanto tangibile, popolare ed efficace sia la creazione dello spazio Schengen, nonché l’importanza che esso riveste per la nostra quotidianità e le nostre società” si legge in un documento firmato Avramopoulos, commissario Ue per la migrazione, gli affari interni e la cittadinanza.

Ad ogni modo, risulta evidente che tutte le conseguenze siano difficili da prevedere; nel breve termine le perdite maggiori, quasi il 50% secondo France Strategie, saranno legate al turismo, settore di punta dell’economia italiana, senza considerare forti contrazioni legate al lavoro transfrontaliero. Appare invece impossibile stimare le ricadute sui sistemi di sicurezza e di controllo unificato che sono stati introdotti sul traino di Schengen; il trattato garantisce l’integrazione delle banche dati delle varie forze di polizia nazionali e il coordinamento nella lotta alla criminalità organizzata e al terrorismo, fenomeni transnazionali impossibili da battere senza un’azione congiunta di tutti gli Stati europei.

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