Ricordare per non ripetere

Il gelo, che entra dalle punte dei piedi e risale lentamente. Il gelo è la prima cosa che si sente ad Auschwitz. Penetra piano, ma si insinua nelle ossa con forza, aggrappandosi ad esse violentemente, senza lasciare via di scampo. Sotto un cielo bianco, che non lascia spazio al sole e alla speranza, il freddo è padrone dei corpi e delle anime. Arriva alle ginocchia e prosegue più su ad ogni passo, fino ad attanagliare il cuore quando si arriva nella camera a gas, si calpesta il pavimento su cui centinaia di persone hanno perso la vita e si toccano le pareti graffiate dai condannati con il loro ultimo slancio di forza prima che il gas si impadronisse di loro.

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È un luogo molto particolare Auschwitz. Nonostante il filo spinato, oggi non sembra un luogo di terrore e di annientamento, con edifici in mattoni rossi che ispirano tranquillità e sicurezza, in una studiata e precisa costruzione fittizia architettata nei minimi dettagli dai nazisti. Diventa impensabile che tra le vie di quella ex-caserma siano passati per anni non uomini ma ombre, che abbiamo trascinato i loro piedi stanchi, che siano morti accasciandosi nella disperazione di una morte anonima. Sono, però, le esposizioni organizzate all’interno dei blocchi ad avere l’effetto emotivo più pesante: tonnellate di capelli umani ritrovati dopo la liberazione, migliaia di occhiali, valigie, scarpe, utensili strappati agli internati e stipati poi in grandi magazzini.

Tante sono le domande che emergono, i perché si susseguono in continuazione, senza riuscire mai a trovare una risposta logica e soddisfacente. Eppure, anche all’interno di un campo di concentramento, la cosa che colpisce maggiormente sono i sorrisi: nel block 27, accanto ad un immenso libro in cui sono raccolti i nomi delle vittime, è presente una sezione multimediale in cui scorrono le foto del campo e della nuova vita dei sopravvissuti. La forza di quei sorrisi, la gioia che emanano quei volti di anziani signori attorniati dalle loro famiglie sono il simbolo della vittoria della vita sul tentativo di annientare l’essere umano.

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Ognuno ha bisogno del proprio tempo per elaborare un’esperienza del genere. Rimane però certa la necessità di ricordare un eccidio così crudele, che, in un mondo troppo abituato alla violenza, perde il proprio effetto sugli animi. La mente tende a creare un potente filtro, a oscurare, a nascondere ciò che è accaduto perché troppo lontano dalla nostra realtà quotidiana. Appare tutto così impensabile che alla fine non si considera che soprusi e violenze paragonabili a quelli nazisti accadono ogni giorno in tutto il mondo, anche nelle nostre città. Dalla discriminazione, che sia etnica, religiosa, di genere o politica, all’orrore di Auschwitz il passo è breve.

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Articoli su questi argomenti ne sono stati scritti tanti. Poeti, giornalisti, testimoni hanno descritto in ogni modo quello che è successo al di là del filo spinato. Ora tocca a noi: non servono grandi azioni o lunghe riflessioni. Solo sapere che siamo tutti esseri umani.

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