Libertà di parola 2.0

“Tutti hanno diritto di manifestare liberamente il proprio pensiero con la parola, lo scritto e ogni altro mezzo di diffusione.” (Articolo 21 della Costituzione della Repubblica Italiana).

Tutti hanno il diritto: io, tu, loro, tutti possono dire la propria; e che il cielo ci fulmini se andassimo contro questo sacrosanto articolo. Eppure, in questa era digitale, molti escamotages che rendevano questo flusso libero di opinioni divergenti più vivibile e sostenibile sono venuti meno. Sulla rete non c’è spazio per il politicamente corretto e per il rispetto reciproco, l’infamia aleggia minacciosa nell’aria.

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Spesso,  troppo spesso, mi imbatto in commenti, post e immagini sui social, non solo offensivi ma lontani, lontanissimi dalla verità. Questi portali hanno rivoluzionato il nostro modo di percepire il vero e con esso anche il nostro senso del giudizio e il modo che abbiamo nel percepire il marcio che ci circonda. Persino il nostro modo di rapportarci con il prossimo è cambiato: la discussione troppo spesso si trasforma in insulto (a maggior ragione se è una tastiera a parlare per me, evitandomi ritorsioni nell’immediato), il bisogno di prevalere supera ogni barriera dell’educazione e del vivere civile. Non esiste più la concezione che idee differenti possano convivere nello stesso contesto, che il loro confronto possa dare frutti positivi e che la discussione possa essere un momento di crescita personale. Una sorta di caccia alle streghe: scova chi la pensa diversamente da te e distruggi, in tutti i modi; insulti alla famiglia, alla razza, allo schieramento politico, all’aspetto fisico, a ciò che si vuole, l’importante è che faccia male e che il nemico vacilli.

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Il problema principale è la visibilità: per un like la gente è pronta a fare di tutto. Dimostrarsi informati e attenti alla cronaca quotidiana risulta fondamentale in questo mondo di apparenze -non è interessante una persona che non si interessa, se vuoi il mio like guadagnatelo, dimostrami che tu potresti essere un amico di cui potrei vantarmi, in quel caso benvenuto nella mia cerchia. La ricetta è semplice: c’è bisogno di un post sui gay, di uno su quei cani dell’islam, magari uno su quei cani che definiscono cani gli islamici (dipende da che parte vuoi che siano i tuoi nuovi amici), poi uno dove ti lamenti di come le scuole vadano a pezzi (poco importa se tu stesso la scuola l’abbia frequentata a malapena), e vogliamo poi dimenticare un insulto ai politici? Magari Salvini (gli danno tutti contro, devo farlo anche io. Chi è? Credo di averlo visto in una GIF, al telefono, durante la caduta del Muro di Berlino, uno importante quindi, uno che merita il mio odio). Abbaiare contro il postino non è mai stato così facile.

Si odia con indifferenza, si ama con noncuranza, ci si interessa in maniera disinteressata, si urla, quanto si urla, per sovrastare il vociare degli altri, per dire al mondo “ehi guarda sono qui”. Ma questo allarmante individualismo di massa, questo isolamento in stanze affollate, il tentativo estremo di spostare il baricentro dell’attenzione altrui sulla propria persona può giustificare questo uso inappropriato di un diritto tanto sudato dall’uomo e tanto sofferto, quello della libertà di parola? Tutto oggi passa sotto questo nome, la libertà di parola è la maschera perfetta per la più squallida calunnia, è l’abito più affascinante per la più subdola infamia. L’alibi perfetto. La costruzione di stereotipi che vanno a colpire direttamente nella realtà gruppi di persone è giustificata dalla frase “Io la penso così, ho il diritto di dire ciò che penso, adeguati”.

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E tu, lettore, ti adegui? 

 

 

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