Il caso Niyamgiri

“I tentativi di riprendere il progetto della miniera non sono solo anti-democratici e illegali, ma anche profondamente immorali”.

Una delle tribù più antiche dell’India, Dongria Kondh, si trova di nuovo di fronte ad una minaccia di distruzione per mano di un’altra “tribù” più grande, più forte e più prepotente, la società mineraria britannica Vedanta Resources.

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I fatti sono molto semplici: il governo di Orissa, stato federato dell’India orientale che gestisce i territori abitati da diversi popoli indigeni – tra questi i Dongria Kondh, appunto – ha riaperto un caso legale del 2013 per consentire alla società mineraria – uscita allora perdente –  di accedere ai propri territori liberamente e in particolare alla montagna Niyamgiri, sacra per gli indigeni, per potere estrarne la bauxite, roccia alla base della produzione dell’alluminio.

Un’iniziativa legale intrapresa esclusivamente dalle autorità governative di Orissa – infatti il nome della società britannica non compare sull’appello – e il cui obiettivo è quello di rovesciare la sentenza del 2013 perché compromette – a loro dire – la crescita e lo sviluppo non solo di Orissa, ma dell’intero paese.

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Questo è vero pensando a principi prettamente capitalistici, ma a quale prezzo e attraverso quali mezzi?

Distruggere un luogo di culto, sacro a chi vive in quei territori – la montagna incarna la loro divinità principale, Niyam Raja – inquinarne le acque e quindi compromettere le loro coltivazioni, la loro agricoltura di sussistenza, risultando secondo la ONG Survival International “non solo anti-democratici e illegali, ma anche profondamente immorali” (qui). Il caso sarà sottoposto ora a tre giudici della Corte Suprema e la prima udienza dovrebbe tenersi entro il mese di aprile.

Questo non è un articolo a solo scopo informativo, ma a partire da queste vicende di cronaca –  seppure lontane dal nostro continente – è possibile trarre spunti di riflessione importanti.

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