Il pianoforte oltre le disabilità: Bosso e Petrucciani

Trattiamo di due genialità musicali europee nati negli anni ’60. Il francese Michel Petrucciani e l’italiano Ezio Bosso, hanno avuto la capacità di rendere il pianoforte un’arma più potente di quelle da fuoco, per combattere ogni tipo di pregiudizio e di convenzionale “mancanza”. Sono coinvolte due storie totalmente diverse, due malattie incredibilmente degenerative accomunate da un’infallibile forza d’animo, che li ha innalzati fino al Do più alto della musica contemporanea.

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Petrucciani – Petruccianì, per essere precisi -, classe 1962, è purtroppo  – solo? –  da ricordare e omaggiare. Ispirato fin da bambino dal padre, celebre chitarrista jazz, è riuscito ad affermarsi già dai tredici anni, con le sue prime esibizioni. Il successo giunge quando ha l’occasione di sfoggiare il suo talento con il batterista e vibrafonista Kenny Clarke, con il quale registrerà il suo primo album a Parigi. Tra i riconoscimenti vanta l’ambitissimo “Django Reinhardt Award”, che corrisponde al premio per il maggior musicista jazz europeo e l’opportunità di esibirsi alla suprema presenza di Papa Giovanni Paolo II, in occasione del Congresso Eucaristico.

Fin dalla nascita è affetto dell’osteogenesi imperfetta ,che gli impedisce di superare il metro di altezza e i trenta chilogrammi di peso.
Primo problema: come raggiungere i pedali? Suo padre costruì un marchingegno a forma di parallelogramma, che poi venne sostituito e notevolmente migliorato da una pedaliera dell’azienda Stenway&Sons. E per quanto riguarda le note decisamente più alte – o basse – del Do centrale? Nessuna fretta. Con estrema naturalezza il maestro si spostava leggermente sulla sua seduta e raggiungeva il tasto desiderato.
Pensate che la malattia gli ha dato anche privilegi che non tutti i pianisti hanno avuto la fortuna di avere: tempo e velocità. Sì, perché lui stesso affermò che la malattia gli permise di dedicarsi alla musica senza distrazioni. Inoltre, le sue dita si muovevano ad una velocità allucinante, per via della leggerezza. Spesso però, le stesse furono reduci di rotture durante i concerti, puntualmente terminati prima di una medicazione.
Morto all’età di trentasei anni, le sue ossa di cristallo tintinnano ancora.

Ezio-bosso

Ezio Bosso, originario di Torino, grazie alla spinta di una zia pianista cominciò a muovere le dita sul pianoforte già all’età di quattro anni. Un ragazzo prodigio che raggiunse l’Accademia di Vienna, la London Symphony, fino a comporre la colonna sonora del film di Gabriele Salvadores, “Io non ho paura”. Non ha inciso album fino al 2015. “La dodicesima stanza” infatti, è il debutto dopo “il buio”: quattro anni prima infatti, si è sottoposto ad un intervento al cervello, che è stato causa della malattia autoimmune di cui è oggi ancora succube.
Dopo quarant’anni a leggere, suonare, socializzare, si è ritrovato in un vicolo di ricordi sfuocati e semplici segni scritti sullo spartito, indirizzabili al nulla. La consapevolezza di non riuscire più ad afferrare, capire la musica, ha fatto sprofondare i suoi sensi in un diverso approccio con la vita: poteva vivere senza di lei. Ma l’unica cosa di cui ora è schiavo, è proprio la sua produzione, esecuzione. Nessun’altra malattia.
E’ ultimamente conosciuto in Italia da chi ha seguito l’ultima edizione del Festival di San Remo, dove ha incantato gli spettatori non solo con i tasti del suo pianoforte: le sue parole hanno commosso musicisti e non, diffondendo un messaggio di estrema sintonia con la vita.

jjk7“Vivo in un mondo di giganti. Sono l’unico normale, ma devo compiacerli.”
Petrucciani

“La musica come la vita si può fare solo in un modo. Insieme”
Bosso

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