Surreali amanti

Il surreale è ciò che sta sopra o ciò che sta sotto il reale. È una dimensione, come lo sono spazio e tempo: è il sogno ed è l’inconscio. “Automatismo psichico puro” – così principia la definizione di surrealismo nel Manifesto di Breton del 1924 – “attraverso il quale ci si propone di esprimere, con le parole o la scrittura o in altro modo, il reale funzionamento del pensiero“. Il surreale intende spiegare il reale. È un paradosso che pure costituisce l’intimità della materia. Cambiare il mondo, allucinarlo, sospenderlo, mescere le dimensioni come fossero vino: non significa giocare sull’inesistente, ma guardare appena sotto il velo di Maya. La surrealtà non è l’irrealtà, è il mare che si unisce al cielo, là nella tempesta, all’orizzonte. Platone, nel Teeteto, ci consegna una frase di Protagora cui forse ancora non si può dare un senso univoco: “L’uomo è misura di tutte le cose, di quelle che sono in quanto sono, di quelle che non sono in quanto non sono”. Tralasciando le sottigliezze del sofisma, possiamo dir questo: il surrealismo prende le cose che non sono e dà loro dignimageità in quanto misura dell’uomo. Anche le cose che non sono esistono, seppur un po’ sotto o un po’ sopra la realtà, esistono. Il poeta Zanzotto lo definirebbe un “esistere psichicamente“: […] da tutto questo che non fu/ primavera non luglio non autunno/ ma solo egro spiraglio/ ma solo psiche,/ da tutto questo che non è nulla/ ed è tutto ciò ch’io sono[…]

L’interazione tra realtà e surrealtà, tra queste dimensioni tra loro altre e complementari come l’apollineo e il dionisiaco, raggiunge il suo massimo negli Amanti di Magritte (olio su tela, 1928).

Il bacio appassionato, sbattuto in un mondo surreale senza spazio e senza tempo, è anche il bacio che ci scambiamo nella realtà. Lo è? Gli amanti, coperti da drappi, non si vedono, mai si vedranno, ma si uniscono, si compenetrano. Magritte sembra suggerirci di andare ben al di là del visibile e dell’invisibile. La forte carica erotica, e poi l’inquietudine. Il desiderio, e poi l’impossibilità di comunicare. L’ansia d’infinito che si riversa dall’amante all’amato, la voglia d’aprire l’oggetto del proprio amore come una cerniera ed abbracciarne l’anima, ma poi la frustrazione, il telo che impedisce l’osmosi completa. L’eros che si tramuta in thanatos, il velo in sudario, la passione in orrore, e viceversa, in uno scambio perenne ed elicoidale tra il voluto e l’ottenuto, tra la morte e la resurrezione.

È forse il punto di congiunzione tra ciò che è e ciò che non è? È il non-detto, il non-fatto, eppure vissuto. È quel che sfugge allo spettro del visibile e che pure è essenziale.

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