I mille volti di Van Gogh

Siete anche voi fan di Van Gogh? Allora Amsterdam e in particolare il Van Gogh museum sono i luoghi giusti per voi.
La storia di Van Gogh è incredibilmente celebre: tutti noi sappiamo del taglio dell’orecchio e delle lettere al fratello Theo, ma come spesso accade per tutte le celebrità, si conoscono solo gli aneddoti della vita e non si sa nulla, o quasi, della persona. Ho visitato il museo di recente e vorrei raccontarvi la mia esperienza.
Grazie a una visita al Van Gogh museum si può avere l’opportunità di scoprire di più sull’uomo dietro al mito, ovvero su Vincent prima che su Van Gogh.
Innanzitutto sono rimasta sconvolta da una foto di Van Gogh ventenne e dai suoi primi autoritratti. Nessuna di queste immagini ha qualcosa in comune con l’immagine che abbiamo in mente noi di Van Gogh, con i capelli rossi la barba, i colori sgargianti e lo sguardo un po’ spiritato. Da queste immagini emerge un ragazzo dai lineamenti molto belli, in perfetta salute ma che dimostra già più dei suoi anni. Tenete presente che i suoi primi autoritratti sono stati fatti a 24 anni circa e che lui è morto a 37 anni, quindi in realtà lui ha sempre avuto la tendenza a raffigurarsi un po più maturo e un po più vissuto di come apparisse in realtà (non so voi, ma io ho sempre pensato che nei suoi autoritratti lui avesse 50 anni).

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L’altro focus del museo è posto sul periodo francese, ovvero di quando lui decise di trasferirsi in Francia, il centro della vita artistica del tempo. Lì imparò ad usare sapientemente il colore, rendendo luminosi i suoi quadri anche attraverso l’uso di pennellate molto spesse e materiche. È impressionante vedere il cambio di luce dai primi quadri (per esempio i mangiatori di patate) ai quadri del pieno periodo di Arles (come la camera di Van Gogh ad Arles). Si assiste a uno scoppio di vitalità, una gioia di dipingere che probabilmente è il riflesso di una ritrovata gioia interiore, che Vincent riesce ad ottenere lontano dalla famiglia ma sempre in compagnia del fratello Theo, che lo supporta nelle sue scelte di vita ma anche artistiche (era un commerciante d’arte) e attraverso il continuo contatto con importanti artisti del periodo (come Paul Gauguin o Emile Bernard).

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Proseguendo nel percorso si giunge all’ultimo piano, quello degli ultimi anni di vita dell’artista e della sua malattia. Qui le tonalità dei quadri ritornano ad essere cupe, le pennellate si fanno sempre più spesse e sembrano quasi voler soffocare il disegno, come ad esprimere un disagio interiore che non può essere sfogato in altro modo. Nell’ultimo anno della sua vita, Vincent lavora febbrilmente, dipingendo più di una tela al giorno con una rapidità e una precisione sorprendenti. Nessuno seppe mai di che malattia soffrisse: aveva allucinazioni e soffriva di distorsione della realtà: Il tutto aveva molto probabilmente origine psichica e fu lo stesso Van Gogh a riconoscere il problema, facendosi internare in una clinica per malati mentali a Auvers. Fu qui che terminò i suoi giorni, sparandosi al petto in un campo di grano e non riuscendo a morire sul colpo, ma due giorni dopo a causa della ferita. Una fine fuori dall’ordinario ma che rispecchia in pieno la personalità sfaccettata e originale dell’artista.

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