Diamoci un taglio!

Molti di voi saranno andati al museo del Novecento in piazza Duomo a Milano ad osservare i grandi capolavori dell’arte e si saranno fermati davanti alle varie opere e al taglio di Lucio Fontana, oppure avranno sfogliato il libro di storia dell’arte, e affermato frasi come “ma è un taglio, sono capace anche io!”, “ma cosa ci vuole, ha tagliato una tela!”, “e lo pagano anche a questo!”, “l’è un bus (è un buco)”, “sa farlo anche un bambino”. Il mio intento è andare oltre queste credenze e scavare un pochino sotto la superficie.

 Lucio Fontana (1899-1968) è stato un pittore, ceramista e scultore italiano, argentino di nascita e fondatore del movimento spazialista. Fontana è un artista molto enigmatico, compone diverse opere, tra cui appunto i famosi “tagli”, il cui nome d’opera è “Concetto Spaziale. Attese.”. Inizia a comporli nel 1957, sono idropitture su tela (generalmente 65 x 54,3 cm). Da scultore di lapidi in Argentina diventa scultore simbolista in Italia e poi, successivamente, muta ancora diventando pittore e ingannando le giurie delle mostre perché, invitato per presentare delle sculture, si presentava con i suoi dipinti affermando che fossero tali.

È un artista che è capace di suscitare emozioni, stupire e “lasciare di sasso” tutti, soprattutto con il suo gesto di tagliare le tele, che è uno dei più significativi dell’arte del Novecento. L’atto di tagliare la tela è una vera e propria rivoluzione: una ricerca di dimensioni spaziali ancora inesplorati, una rivolta al sistema precedente che per anni e anni ha continuato a dipingere tutto ciò che poteva, soprattutto l’uomo, messo in posizione centrale, ancorato al mondo che viveva e alla sua materialità, con strati e strati di colore e pittura. Fontana, invece, va oltre, creando una dimensione dopo la tela (e non prima). Con quel “buco” apre il retro della tela, facendo incontrare in un’unica dimensione il di qua e il di là. Supera la tradizione con un gesto fisico d’impulso ma anche di un’estrema precisione e attenzione, è ribellione a tutti gli effetti: spezza e piega il valore sacrale che era attribuito alla tela e alle rappresentazioni su di essa e permette il passaggio dal complesso al semplice. È il primo a farlo ed è innovativo proprio per questo: abbiamo tutti le capacità di creare un’opera del genere, ma LUI l’ha pensata per primo, lui l’ha ideata, non tutti.

Di quest’opere si possono dare molteplici significati: eccone alcuni. È un gesto che apre il buio alla luce e la luce al buio, cosicché da quel buco esca un buio luminoso che si espande nello spazio. Si crea così una situazione in cui luce, buio e ambiente convivono. Il taglio è altresì paragonabile all’inconscio dell’essere umano, luogo sotterraneo in cui convivono tutte le immagini e le emozioni della nostra vita: per Lacan è il luogo in cui l’esterno è l’interno e l’interno è l’esterno, un mix tra intimità ed estraneità. Ma quel taglio è anche la parodia della bravura, dell’efficienza, della perfezione e dell’ottusa pazienza, cioè di quel mondo che l’artista subisce e, reagendo, apre la visuale al nuovo, al diverso. Fontana in sostanza avvicina e getta la tela in quello che teme di più, la dà in pasto al buio – all’opposto della tradizione, che invece riempie ogni centimetro della tela e la appesantisce con le vicende della materialità dell’uomo. Con questo squarcio viene rappresentata l’idea di un continuo movimento, in avanti e indietro: ogni taglio può svuotare l’intero mondo e creare un circolo ininterrotto. Si sottolinea infine la continua oscillazione della vita umana tra una scelta e l’altra, tra dentro e fuori, tra un sì e un no. In perenne caduta e contraddizione, che trova forza nel buio quando si è accecati dalla luce e dalla luce quando si è soffocati dal buio.

Beh, che dire.. l’è proprio un bel bus.

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