Solitudine: condanna o conquista?

Ognuno sta solo sul cuor della terra
trafitto da un raggio di sole:
ed è subito sera

Ogni uomo è un’isola – o forse no? Certamente l’attualità del tema è innegabile. Forse mai come di questi tempi si è parlato di comunicazione, networking, interattività, e allo stesso tempo e con pari frequenza di solitudine come problema ormai radicato nel tessuto sociale soprattutto giovanile. La frenetica  ricerca dell’affermazione della propria individualità, indipendenza e autonomia ci spinge a correre verso obiettivi più o meno di lungo termine, più o meno ben identificati. Tutti corrono, ma appena qualcuno si ferma un attimo a riflettere, tendendo la mano per afferrare il senso delle cose che lo circondano, resta con in mano un bel pugno di mosche – o poco altro per i più fortunati  – e finisce inevitabilmente per rifugiarsi nell’isolamento. Come una “lente d’ingrandimento” – per citare il buon Leopardi che, quando si tratta di pessimismo, è tra le fonti più ben fornite ed autorevoli – acutizza la sensibilità ed amplifica il contesto emozionale ad essa associato, palesandosi con alternanza come tremenda condanna o meravigliosa conquista.

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Quasimodo aveva già detto tutto questo. Ognuno di noi è tragicamente solo di fronte all’immutabile susseguirsi senza sosta degli eventi di cui si compongono le giornate, così veloci, intense e incredibilmente simili una all’altra. Allorché il pulsare della vita e dei sentimenti, come un cuore, da possibilità di benessere diventa motivo di sofferenza. L’illusionefulmineadella felicità dona calore e speranza, proprio come un “raggio di sole”, che però troppo presto tramonta. Ci ferisce e, come una spada, ci trafigge. E prima che ce ne possiamo render conto, contro ogni nostra convinzione e previsione, arriva la sera che inghiotte nel buio ogni cosa.

E’ in questo scenario apparentemente surreale, astratto e filosofico – ma non poi così tanto – che la semantica ermetica interagisce con la fonia dando vita ad una crescente intensità ritmica, che crea un’atmosfera sfuggente e sospesa, alimentata dalla comune esperienza del dolore. La lettura gravita velocemente e pesantemente sul verso finale, più breve e concentrato: “Ed è subito sera”. Con un tono emotivo e malinconico, quanto mai tormentato e problematico, Salvatore Quasimodo ci travolge con una concezione di vita amara e disincantata, permeata da pessimismo, delusione e “mal di vivere”.

Attraverso un sapiente uso di immagini, rapido e scarno, intreccia abilmente le fila di una dialettica tra appartenenza e abbandono, tra costruzione e distruzione, tra felicità e tristezza, tra entusiasmo e delusione, tra vittoria e sconfitta, tra sogno e realtà. La solitudine assume così un vago sapore ossimorico, così come la luce di quel “raggio di sole” è benefica e dolorosa al tempo stesso. La solitudine come mezzo per ritrovare o alternativamente perdere se stessi. Nell’esperienza comune dell’uomo del nostro tempo, infatti, esiste un tipo di solitudine che viene ricercata come una conquista, come possibilità di introspezione e di riscatto della propria indipendenza, come desiderio di affermazione di sé, della propria autostima ed identità, ma ci sono casi in cui la solitudine è percepita come una condannauna spada di Damocle sopra la nostra testa che auspichiamo non si stacchi dal filo che la tiene sospesa – che, in quanto tale, si associa inevitabilmente a cascata ad altre sensazioni tipicamente negative come l’insoddisfazione, la tristezza, l’ansia, la paura, o addirittura la disperazione. Lo smarrimento di fronte alla fugacità del vivere, alla totale assenza di correlazione tra sforzi e risultati, tra aspettative e realtà. La sensazione di inutilità e di totale non-senso, che sembra avvolgere l’uomo e tutto ciò che ruota intorno alla sua misera esistenza. L’abbandono che – codardamente – viene celato con un manto di apatia, indifferenza e aridità affettiva, nella convinzione non soltanto di non essere amati, ma anche di non poter – o saper – amare. Il vuoto interiore. Ed infine l’accettazione.

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E’ esattamente in questo sentimento di alienazione e di inaridimento che si colloca la dimensione sociale del problema.

Quale sia la soluzione non è dato sapere. Quel che è certo è che, ancora una volta, la poesia offre la possibilità di prendere coscienza delle contraddizioni individuali connaturate nell’uomo in quanto tale, che nonostante tutto passa comunque la sua vita ad attendere sempre nuovi raggi di sole.

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