Conversazione sull’arte e l’essere artista. Con Guido Bettinsoli

Abbiamo intervistato Guido Bettinsoli riguardo come sia la vita di un artista.

Perchè, secondo te, ancora oggi l’arte contemporanea ha meno successo di pubblico rispetto all’arte moderna? Perchè ad esempio, una mostra a Palazzo Reale ha molto più successo di una fatta all’Hangar Bicocca?

Guido Bettinsoli: Perchè gli strumenti più sdoganati come può essere la mostra a Palazzo Reale sono quelli diffusi dai media trasversalmente, così vanno sul sicuro, sul motivetto già digerito. Chiaramente quello è un percorso che i fruitori dell’evento mainstream accolgono di più, ma questo secondo me è un comportamento di base che abbiamo tutti noi; io penso che c’è un po’ questo complesso del “classico”, perchè abbiamo avuto dei genitori importanti e quindi quello che è venuto a seguire è sempre stato un fenomeno figlio di questa cultura, per questo nell’arte contemporanea c’è voluta una rottura, c’è sempre questo conflitto, se devi produrre e agire nel campo di battaglia del contemporaneo devi sempre relazionarti con questo complesso, o opponendoti, oppure agendo diversamente, secondo me la grande bellezza del contemporaneo è fare con naturalezza altre scelte sentite sottopelle che semplicemente accadono e sono importanti, senza nemmeno stare a pensare se sono o meno arte, il motore di questi eventi, anche reazionari, è una persona che pensa “si, questa è arte”, se c’è la volontà esiste anche l’opera d’arte.

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Ad esempio quello che succede al Palazzo Reale e quello che succede all’Hangar Bicocca, secondo me sono due mondi in parallelo, è solo una questione di cambio generazionale, l’Hangar è una realtà già affermata, ha un pubblico molto giovane ma abbastanza vario, il bacino del Palazzo Reale probabilmente è diverso ma forse alcuni sono gli stessi dell’Hangar.

Nell’ottica del futuro questa è una situazione che si può superare, oggi c’è la mancanza da parte della comunicazione di trasmettere il cambiamento che c’è stato dall’arte storicizzata già pre anni ’60 a tutto quello che è avvenuto dopo, c’è poca ciccia, poco racconto di quello che succede, questo è un po’ il dramma dell’arte contemporanea in Italia.

Ecco se pensiamo all’arte più affermata è un’arte internazionale, se si vuole trovare in Italia bisogna trovare degli artisti che hanno fatto scelte internazionali, un’asse con Berlino o con la Francia, noi siamo in ritardo.

Il popolo milanese è quello che si sveglia sempre all’ultimo, è il popolo che deve sentire un po’ l’urgenza per muoversi.

Io credo però che Milano sia, in Italia, la città più “sul pezzo” riguardo l’arte contemporanea; rispetto alla media del resto d’Italia è molto avanti.

Si, certo perchè Milano ha vissuto il cambiamento e anche se è tardiva nelle scelte comunque le fa e la fa in fretta per far tornare i conti, è la caratteristica di Milano, arriva tardi ma agisce.

Sopratutto ultimamente c’è un boom a Milano di nuovi luoghi dedicati al contemporaneo, a parte l’Hangar Bicocca; dalla Fondazione Prada, la Fondazione Armani, il nuovo Centro per l’Arte Contemporanea apre tra poco con una mostra sull’archivio, c’è molta sete in quest’ambito.

C’è una concausa di cose, Milano è un luogo di passaggio delle interazioni e delle proposte, questo è molto positivo e sa fare delle scelte.

Faccio un esempio che può sembrare strano ma ha senso, Adriano Celentano a livello musicale ha vissuto il cambiamento che c’è stato a Milano negli anni’60, questo cambiamento di apertura verso la musica rock proveniente da fuori è una delle dimostrazioni della grande capacità reattiva della città, Milano ha la capacità di rispondere velocemente.

Celentano che nasce in via Gluck, ha vissuto una zona che è ha sentito in pieno il cambiamento; il naviglio che passava di lì è stato cementificato e in qualche modo Milano in quel periodo ha deciso di rinunciare ad un proprio assetto per il cambiamento, il quartiere Isola, che era appunto un’isola tra i navigli, è stato stravolto con la copertura di questi e via Gluck che è collegata a questo quartiere, una volta cementificata la zona ha vissuto un periodo florido; questa è stata una scelta puntuale che caratterizza Milano, rinuncia volentieri a parte del proprio presente per il proprio futuro.

I cambiamenti dell’Expo oggi sono stati forti, al di là del polverone legato alla gestione che più che milanese è italiano, la scelta di voler radere al suolo per riedificare o riqualificare, esprime un desiderio di cambiamento ed è non attuale ma culturale, insito nella città. Questa è l’identità di Milano.Tutti questi spazi dedicati all’arte nascono così, si creano e si distruggono, sono scelte molto legate ai contenuti.

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Nei miei lavori degli anni passati mi sono rifatto al filosofo e sociologo Baumann, che ha apportato delle novità negli anni ’60 e ’70 che oggi sono date per acquisite, lui parla di “liquidità”, la vita al di là delle condizioni statiche, e questo è il discorso che si può fare a Milano.

Gli spazi che nascono sono punti di arrivo, la partenza è l’attività curatoriale che ci sta dietro, ci vuole una capacità di capire il momento, carpire l’attimo e trovare lo spazio per realizzare l’urgenza artistica del momento; la forma artistica della performance ad esempio, ha sempre vissuto di questo, ha sempre avuto bisogno di uno spazio che è collocato nel tempo per far entrare in contatto i fruitori dell’arte con l’opera.

Ho sempre pensato che il lavoro dell’artista sia difficilissimo, oltre a richiedere una creatività fuori dal comune trovo che richieda un percorso molto difficile da affrontare; cosa deve fare oggi un artista che vuole iniziare ad entrare in questo circuito che sopratutto qui in Italia mi sembra non sia molto aperto ai giovani?

Io posso portare la mia esperienza sia da artista emergente e da spettatore di artisti che oggi sono già affermati, questa è una bella questione, secondo me ci sono tante fregature in mezzo, già il termine “artista” è una scatola che contiene tante cose, tante personalità e professionalità diverse che hanno fatto percorsi diversi e quindi ognuno potrebbe risponderti in modo diverso.

Io ho cercato di collocare innanzitutto i miei lavori a livello economico prendendo le distanze da quella che era invece la ricerca che sta nella produzione artistica, ho sempre tenuto le due cose separate, poi quando questo è inserito nel campo della contemporaneità è tutto più complesso.

Ci sono molte variabili in campo, in primis ci sono i contatti, è importante lavorare a livello umano, promuovere quello che è il proprio messaggio, innanzitutto a livello artistico, bisogna promuovere il proprio messaggio più che le proprie azioni, questa è la priorità, può sembrare strano dover anteporre il messaggio al contenuto e invece è così, bisogna far sì che le persone, gli addetti ai lavori, rispondano ad una situazione che è anche tua.

Dopo il messaggio e la comunicazione serve anche la fortuna di trovarsi nelle situazioni, è un po’ come dover prendere un treno che non sai bene quando arriva, devi sapere dove vuoi andare ma poi può arrivare in ritardo oppure troppo presto e rischiare di perderlo, è una situazione mai definita, devi sempre essere attento a quello che succede più che a quello che fai, l’artista che lavora solo, chiuso nel suo studio, secondo me fa la mossa sbagliata, deve uscire e guardarsi intorno e tu stesso devi essere sostenitore di più artisti che vogliono diffondere un messaggio comune.

Un po’ come quello che ha fatto Studi Festival poco tempo fa.

Si esatto, Studi Festival ha come idea quella dello scambio che diventa benzina perchè dà molta offerta e molta diversificazione dell’opera, in qualche modo il fenomeno dello scambio tra artisti è la situazione che maggiormente funziona.

Questo è stato anche un po’ il focus dei lavori pseudo-curatoriali che ho fatto con il progetto EXXX negli anni passati, si voleva creare una situazione che formasse un paradigma di tutto quello che può funzionare, con EXXX si destrutturalizza il concetto dell’esperienza dell’opera.

EXXX sta per Extemporaney Experimental Exhibition, non è un progetto nato per per avvalorare delle proprie supposizioni ma tutto quello che fa è una prova, un esperimento, è funzionale alla riflessione per cui quello che avviene è connotato in un preciso tempo definito e questo permette a EXXX di esistere al di là degli spazi, può avvenire in qualunque luogo, dal circolo Arci che vuole fare qualcosa di nuovo e quindi presta la propria sede e in quel lasso di tempo definito non è più un Arci ma un luogo di esposizione.

Quest’idea è nata da una mia intuizione che poi è andata a intersecarsi con altri filoni artistici ed è ancora adesso sperimentale. “Exhibition” c’è perchè comunque alla fine ci sono delle opere, l’oggetto artistico che viene esposto e viene intrecciato con quello di artisti che lavorano con le performance, la scelta è quella di zoommare su uno scenario molto giovane che è capace di rispondere a questa chiamata ed è lì l’innovazione.

Poi c’è un’altra cosa che mi piace molto e definisce i contorni del progetto, ed è il fatto che le opere in realtà sono degli scambi veri e propri, all’interno del tempo definito in cui avviene EXXX gli artisti si scambiano le opere e lavorano anche sulle opere degli altri, i performers lavorano interagendo con le opere di altri artisti e il risultato è una serie di lavori che cambiano rispetto a come sono all’inizio, anche l’utente è chiamato ad interagire con esse e la grande novità sta che l’artista è collocato allo stesso piano del fruitore, l’opera è un dispositivo che produce un’esperienza, questa se prima poteva essere generata esclusivamente da chi ne possedeva le capacità, adesso l’artista crea solo il set up ed è l’opera che genere l’esperienza a contatto col fruitore, c’è ancora una creatività iniziale ma poi una percentuale grossa è determinata dal fruitore, la sua esperienza è centrale.

Un’opera che è stata presenta in due EXXX è concerto per labirinto, un’installazione all’interno della quale ci si muove e contemporaneamente chi è all’interno vive questa esperienza, ma allo stesso tempo chi ne sta fuori fa da spettatore dell’esperienza dell’altro, è un’istantanea della centralità del fruitore, è un po’ una rivoluzione copernicana rispetto al concetto di opera d’arte.

Quante volte è stato fatto EXXX?

Per adesso tre volte, la prima è stato due anni fa al Fuori Biennale a Venezia e lì è stato particolare quello che è successo perchè si è liberato lo spazio per caso, è stato perfetto per una situazione come EXXX che lì si è collocata, è un’esperienza che può riempire dei buchi del tessuto organizzativo, ha risposto con tempi di incubazione molto stretti, in quello spazio doveva esserci Ai Weiwei ed è subentrato EXXX, ha risposto ad una mancanza del sistema.

Inoltre ci piace la possibilità di inserirci anche in un ambito più provinciale, ad esempio una città come Parma che generalmente non è inserita in questo giro ma per un determinato periodo di tempo è divenuto luogo di eventi artistici.

La volontà di EXXX è anche creare scambi e gemellaggi tra artisti che portano solo ad un arricchimento reciproco, è un lavoro a tutto tondo, è un lavoro grosso, che richiede tante variabili a livello organizzativo ma più avanti vorremmo rifarlo.

Inoltre di EXXX viene documentato tutto, tutto è registrato e quindi rimane, è un’opera sull’opera praticamente.

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E oltre ad EXX che altre esperienze di scambio hai portato avanti?

Un’altra cosa che ti posso raccontare è legata ai fenomeni locali, ad esempio io e altri due artisti abbiamo lavorato a Pesaro dove abbiamo deciso di creare una sorta di rottura della stabilità dei canoni della vita quotidiana, in modo critico, di sana provocazione, abbiamo quindi creato uno Stato, Nova Picena la Repubblica della Relazione in cui noi fondatori di questo stato abbiamo creato dei confini nei quali le persone, i cittadini potevano partecipare, era basato sull’esperienza delle relazioni che si creavano in questo spazio, ogni attività dal lavoro dalle materie prime alla preparazione del cibo erano uno scambio.

I nostri presupposti erano provocatori e abbiamo ricevuto una reazione esterna che forte, quasi militante, che ci ha portato a dover fare delle scelte per portar avanti la Repubblica perchè una parte dei cittadini non la accettava più, un’altra si.

Questo è un altro fenomeno dinamico per mettere un po’ in discussione il sistema, una deliberata rottura completa e veloce con il mondo ma non per arrivare a conclusioni proprie, per sperimentare una reazione. Ci sono situazioni come quella in cui lavora un artista appunto come Ai Weiwei in cui è necessario alzare la voce, perchè c’è un regime, non c’è libertà; da noi invece c’è la possibilità di fare un lavoro di critica, la prima volta che abbiamo fatto lo Stato della Relazione ci hanno obbligato a chiudere, serve sempre un presupposto culturale perchè i fruitori dell’opera la percepiscano e per far sì che la situazione in quel momento avvenga.

Per fare ciò i mezzi di comunicazione devono essere veloci, questo esperimento non avrebbe mai funzionato senza i social network perchè c’erano delle persone che ci seguivano da Facebook per esempio, questa sperimentazione ha richiesto diversi giorni per il suo svolgimento ma se non si fosse creata questa comunità virtuale l’esperimento avrebbe chiuso ancora prima perchè non ci sarebbe stata risposta, internet rende tutto più vicino.

http://guidobettinsoli.altervista.org/

BIO: Guido nasce a Brescia nel giugno del 1987. Consegue la laurea Triennale a Cremona presso la facoltà di Ingegneria Informatica del POLIMI, ha collaborato alla stesura di nuovi approcci e idee in merito ai formalismi dell’informatica.

Oggi vive e lavora a Milano come programmatore e artista.

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