Il retaggio culturale del Mito – Citando Mircea Eliade

Risulterebbe difficile trovare una definizione di mito esaustiva al punto da essere accettata da tutti gli studiosi ed, al contempo, facilmente comprensibile. Interi saggi letterari sono stati spesi su questo tema.

Mircea Eliade (Bucarest, 13 marzo 1907- Chicago, 22 aprile 1986) antropologo, storico delle religioni e filosofo

L’ antropologo Mircea Eliade definisce il mito “una realtà culturale estremamente complessa, che può essere analizzata ed interpretata in prospettive molteplici e complementari”.

Esso si riferisce a ciò che è realmente accaduto e che si è pienamente manifestato. Ad esempio, il mito cosmogonico è considerato vero perché l’esistenza stessa del Mondo lo prova. Il mito espone l’origine del mondo e di tutti gli esseri viventi, descrivendo gli eventi primordiali che hanno fatto dell’uomo ciò che è diventato oggi: un essere mortale, sessuato ed organizzato in società. Per l’uomo delle società arcaiche ciò che è successo ab origine può essere ripetuto attraverso i riti, il cui scopo è tramandare e riapprendere le nozioni fondamentali contenute nel mito. Conoscere i miti significa apprendere il segreto dell’origine delle cose.

 

Allegoricamente, possiamo considerare le figure divine ed in senso più ampio il mito, come la massima espressione del bisogno intrinseco dell’uomo di sentirsi amato, protetto e rassicurato. La conoscenza e le credenze mitiche su cui si basa la società dell’uomo arcaico, vengono donate al genere umano da Esseri Soprannaturali, affinché egli possa adempiere al proprio destino sulla terra comprendendo la natura delle cose, conscio della vita che lo aspetta e privo della paura del vuoto cosmico. L’ eterna riconoscenza che l’uomo nutre per le divinità diviene fede religiosa. Per questo possiamo considerare dati aspetti di alcune divinità delle personificazioni divine della coscienza umana.

Secondo tale filo logico, attraverso il mito, l’uomo divinizza se stesso.

Apollo and Daphne, 1908 John William Waterhouse Immagine in evidenza: A Naiad, 1983, John William Waterhouse

La crudeltà, da sempre insita nel nostro DNA emotivo, è un’esperienza vissuta in prima persona dagli umani, spesso oggetto e preda indifesa della furia o dell’invidia degli Dei. Allo stesso modo la purezza dell’amore e l’intensità della passione che le divinità nutrono per gli abitanti della Terra, portano a doni di estremo valore – basti pensare a Prometeo che sfida Zeus donando all’umanità la conoscenza del fuoco – ed a relazioni amorose tra esseri umani e divinità incarnate. L’uomo apprende, dunque, per imprinting dagli Dei i sentimenti che è in grado di provare. In questo senso, il politeismo offre la dannazione e la salvezza.  Ad esempio, se da un lato Dafne non può fare a meno di correre nel tentativo di sfuggire alle morbose attenzioni del dio Apollo, dall’altro gli Dei mossi da compassione la trasformano in un albero di alloro, in modo da poterle consentire una permanente via di fuga.

Al mito dobbiamo una parte fondamentale del retaggio umano, inscindibile dall’uomo moderno, in quanto prodotto diretto dell’evoluzione della specie e, pertanto, inscindibile da noi stessi. E’ una parte dell’identità stessa dell’umanità, tramandata in forme diverse e da culture diverse, in una serie di frammenti che attraverso la storia ed il  tempo sono giunti a noi, per mostrarci la ricchezza del nostro patrimonio culturale ed i valori fondamentali.

Bibliografia

  1. M. Eliade, Mito e realtà, Boria editore, Torino 1966, pp. 27-42
  2. P. Ovidio Nasone, Le Metamorfosi

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