Alice Munro: dalla prigione della chiusura mentale al Nobel

Grandissimo talento e scarsa fama letteraria, Alice Munro viene a lungo ignorata dalle case editrici italiane: è canadese, quanta attenzione potrà mai suscitare? E poi si occupa di narrazione breve e in Italia, si sa, il racconto non è uno dei generi che vanno per la maggiore. Eppure eccola lì, a vincere un Nobel per la letteratura. Siamo nel 2013; finalmente Munro ottiene lo spazio che merita nelle librerie e le sue raccolte stanno pian piano conquistando sempre più lettori.

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E a ragione: il mondo che propone Munro è vivo e i motivi molto attuali. Abbiamo un nucleo tematico ricorrente, strettamente legato alla biografia dell’autrice e sottoposto a varie interpretazioni: una ragazza intraprendente vive in un contesto che reprime la sua iniziativa, così, appena possibile, si allontana dalla casa della famiglia e dal paesino in cui è cresciuta; frequenta l’università, si sposa, ma poi il matrimonio naufraga, in gran parte per colpa sua; decide di tornare nella campagna da cui era fuggita, ma lì non viene accolta come si aspetta.

Munro rielabora continuamente il suo vissuto e racconta il passato della sua terra in un’epoca in cui la cultura di massa non esiste, ma i problemi che affliggono la società non sono poi tanto diversi, un’epoca in cui gli uomini – mariti escono di casa al mattino per andare al lavoro e le donne rimangono intrappolate nel ruolo di mogli e madri che gli viene attribuito, vittime di uno dei mali più crudeli del mondo occidentale: il giudizio altrui.

È una storia tutta al femminile quella che Munro vuole raccontare, a dar voce a chi a lungo è stato ignorato: naturale che la focalizzazione sia quasi sempre su protagoniste donne, mentre la rappresentazione dell’universo maschile si connota spesso di debolezza e passività. Eppure l’autrice regala al lettore dei tratti della psicologia di personaggi di tutti i generi, perché ogni evento non è che un pretesto per poter presentare l’introspezione di un nuovo individuo. Munro ci presenta un personaggio e crediamo di aver individuato il nostro protagonista, ma poi ne introduce un altro che diventa ugualmente importante per lo sviluppo della narrazione. Non solo; i personaggi cambiano, e con loro le loro coscienze ed i loro modi di pensare: crescono, si spostano, fanno esperienze. Il risultato è che alla fine del racconto ci troviamo di fronte ad un personaggio completamente diverso, come se ogni breve storia che ci regala Munro fosse un condensatissimo romanzo di formazione.

Ecco dunque che ogni singolo particolare assume importanza per la comprensione del racconto. Senza però rendere faticosa la lettura: la scrittura di Munro è scorrevole e propone delle modalità molto cinematografiche, come la focalizzazione multipla ed i salti temporali, che facilitano il lavoro di immaginazione del lettore. La necessità di prestare attenzione ai particolari è solo un piccolo sforzo che ci viene richiesto per poterci calare completamente nel mondo e nel personaggio che l’autrice ci sta presentando. Facendolo, viviamo i conflitti, i tradimenti, la malattia, le morti dolorose che Munro ci propone così spesso. Viviamo le prove durissime cui i personaggi sono sottoposti, i rapporti complicati che l’autrice ci presenta e l’anaffettività che li domina.

E grazie alla sua immensa capacità di parlare a tutti e di dar voce a tutti, li sentiamo davvero.

Credits:

PIETRO CITATI, La malattia dell’infinito. La letteratura del Novecento, Mondadori 2008 pag. 455-461

immagini di Andreas Vartdal – Andreasv di Wikipedia in norvegese nynorsk (Opera propria) [CC BY-SA 2.5 (http://creativecommons.org/licenses/by-sa/2.5)], attraverso Wikimedia Commons; Russell Lee [Public domain], via Wikimedia Commons

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