L’importanza dell’imprecazione: il passato e l’oggi della bestemmia

Qualcuno in passato ha detto “le parole feriscono più della spada”.
Probabilmente chiunque preferirebbe essere ricoperto di insulti che essere trafitto da una spada, ma se si presta attenzione a certe parole che ci sono state dette, in particolare da persone care, si può concludere che forse ha un senso molto preciso.
Non a caso alcune persone, se non molte (non vi è una stima affidabile), sperimentano forme di autolesionismo del corpo a seguito di litigi verbali durante i quali vengono ferite fortemente da ciò che gli è stato detto dall’altra persona.
Ma oltre a provocare dolore, le parole possono suscitare molte altre reazioni, tra cui l’allegria, la tristezza, la rabbia, l’indignazione, lo scandalo.
In particolare, ciò che più scandalo suscita, a livello individuale o collettivo, sono le bestemmie.
Ma perchè scandalizzano tanto le imprecazioni?
Per capirlo è necessario conoscere l’origine di questa forma di blasfemia.

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Se si risale all’età primitiva si scopre che gli uomini di quell’epoca avevano un modo di approcciarsi alla bestemmia completamente diverso rispetto ad oggi.
Credendo che la parola fosse magica, i primitivi attribuivano all’imprecazione il potere di modificare l’oggetto interessato, di “renderlo magico”, appunto.
Proseguendo il cammino fino agli antichi greci, iniziano ad essere considerati bestemmia il dubbio sulla potenza delle divinità e tutto ciò che è falsa rappresentazione degli Dei, ad esempio le forme antropomorfe.
Ma è solo con l’imposizione del Cristianesimo come religione ufficiale dell’Impero Romano, nel 313 d.c, che l’imprecazione diviene moralmente inaccettabile e considerata reato.
Ciò potrebbe far pensare che sia la Bibbia in primis a condannarla, e cosi è:
“Non nominare il nome di Dio invano”, recita il secondo comandamento.
E se è un Comandamento, è inviolabile, è legge, questo imporrebbe la logica.
In realtà, se si risale alla etimologia di “Comandante”, la parola “Comandamento” può assumere tutt’altro significato. Infatti, uno dei primi significati di “Comandante” è “colui che fa affidamento su altri”*. In quest’ottica, oltre ad essere sovvertito il comune pensiero che vuole siano gli uomini a far affidamento a Dio, viene totalmente sconvolta la visione del Comandamento come legge. Si potrebbe dire che quindi che si ha a che fare più con un consiglio che con un’imposizione.
In effetti, nella Bibbia vi sono svariate bestemmie pronunciate da personaggi che in realtà sono sempre stati fedeli a Dio. Persino il Popolo di Israele, quando la sua terra viene assalita, inveisce contro Dio.
Gesù Cristo viene messo in croce per esser stato blasfemo.
Paradossalmente, viene considerata da altre letture come blasfema la figura di Maria, che piangendo sotto la croce pare non accettare la sorte che Dio ha riservato a suo figlio. Momento drammatico, se non altro perché arriva all’apice uno dei dilemmi più complessi della Bibbia, ovvero se Gesù fosse figlio di Dio o di Maria.
Momento per il quale De André immaginò le parole di Maria: “Non fossi stato figlio di Dio, t’avrei ancora per figlio mio.
La bestemmia è quindi spesso ricollegata, nella Bibbia, a figure o istanti carichi di drammaticità.
Fine è l’interpretazione che diede il Cardinale Gianfranco Ravasi dell’affermazione di Giobbe “La collera non ti trasporti alla bestemmia, l’abbondanza dell’espiazione non ti faccia fuorviare”*.
Secondo il Cardinale, le parole di Giobbe rivelano la bestemmia come una forma di preghiera, tipica degli atei ma non solo, che esprime una situazione di “limite e solitudine”.

Il condannare l’imprecazione non si deve quindi solo all’idea portata avanti nei secoli secondo la quale chiunque bestemmia è un miscredente, ma anche al considerare la bestemmia una chiamata a Dio che è lecito fare solo in condizioni estreme, quando, appunto, non è “invano”.
La realtà vuole che oggi la bestemmia sia di uso di molti e quotidiana, almeno nella società italiana (viene usata poco in altre lingue). Eppure, l’imprecazione continua a conservare un’importanza che poche altre parole hanno.
E’ difficile in effetti che una persona bestemmi se in presenza di molte altre.
Non tutti i giorni si sente un’imprecazione detta ad alta voce per strada, o in un supermercato.
Forse perché, pur inconsciamente, si sa che pronunciando certe parole si viene a contatto con qualcosa che, se non fatto in solitudine, ha a che fare con “l’imbarazzante”.
E’ la forza delle parole, le quali, riassume il linguista Andrea Moro nel suo libro “Parlo dunque sono“, sono il vero big bang della nostra esistenza*.

 

Fonti

Avvenire, La preghiera-un farmaco;www.etimo.it;Parlo dunque sono, Introduzione, Andrea Moro

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