Collateral Beauty, il fragile Domino del lutto

C’è una novella di Raymond Carver intitolata “Una piccola cosa buona”, in cui due genitori, in seguito alla perdita del figlio, si ritrovano a condividere del pane e del caffè con un emerito sconosciuto, entrato casualmente nelle loro vite con il solo scopo di vender loro una torta di compleanno per il figlio. La condivisione di un momento tanto delicato, l’altruismo di un piccolo gesto, un caffè ed una fetta di pane gustati in silenzio: questa è la pura e magica essenza della bellezza collaterale.
Il racconto di Carver è solo un pretesto, un comodo e poetico aggancio per dare un senso al titolo di un film – Collateral Beauty – che, scena dopo scena, inquadratura dopo inquadratura rimane un incognita: una bella perifrasi, avvolta da una magica e misteriosa aura, destinata all’incomprensione.

collateral-beauty

Howard (Will Smith) è un uomo di successo, socio fondatore di una delle più affermate aziende commerciali newyorkesi, una mente brillante, un motivatore, un mentore per colleghi e amici. In seguito alla tragica scomparsa della figlia di appena sei anni, Howard cade in depressione, manifesta istinti suicidi e si isola chiudendosi in un silenzio che è intenzionato a non rompere. Al culmine della disperazione scrive tre lettere, destinate ad entità astratte: Tempo, Amore e Morte. I colleghi (Norton, Winslet, Pena), venuti a conoscenza di questo dettaglio attraverso un investigatore privato, assunto per dimostrare l’infermità mentale del dirigente, escogitano un piano perfetto: ingaggiano tre attori (Mirren, Knightley, Latimore) che avranno il compito di manifestarsi ad Howard interpretando l’incarnazione delle tre astrazione a cui egli stesso ha rivolto i suoi disperati deliri carichi di rabbia.

Nonostante David Frankel sia stato il regista di commedie accolte positivameente, quali Il diavolo veste Prada ed Io & Marley, affronta il dramma della perdita di un figlio con estrema retorica ed inadeguata leggerezza, trasformandolo quasi in una delle tante ed imprevedibili incognite che la vita ha in serbo. Mantiene l’attenzione sempre vigile sul concetto di perdita ma non si addentra mai sotto la superficie. I monotoni e stucchevoli silenzi di Howard sono l’instabile riproduzione di una vistosa ed imbarazzante incapacità di affrontare un tema tanto delicato.

La sceneggiatura infarcita di banalità e di retorica non aiuta neppure a sviluppare una vicenda parallela che metta in luce i caratteri e l’entità dei personaggi secondari. Desideri, bisogni, passioni, sentimenti sfrecciano via prima ancora che ci si possa rendere conto della loro esistenza nella caratterizzazione dei personaggi. I colleghi di Howard, gli attori e le astrazioni, non hanno nulla da aggiungere a ciò che esce dalle loro labbra, mostrano la loro sgradevole ed imperfetta bidimensionalità, ogni scena sembra essere troncata frettolosamente ben prima che si possa arrivare ad un punto di svolta o ad una certezza. Collateral Beauty è un film giocato sul “non detto”: una mossa astuta, se solo non intaccasse e demolisse ogni barlume di credibilità della vicenda e se solo non producesse disordine all’interno di una struttura lineare, quasi elementare.

L’ossessiva riproduzione delle costruzioni realizzate con il domino, tanto amate dal protagonista, si dimostrano la degna ed immediata sintesi di un’idea interessante, sprecata e gettata al vento: basta muovere una sola tessera perchè il film cada rovinosamente ed irrimediabilmente nell’oblio

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *