La gabbia della mascolinità

Risale a pochi giorni fa la notizia di un tredicenne di Padova separato dalla madre perché “troppo effeminato”. Prima della tempestiva smentita del presidente dell’Ordine Nazionale degli Assistenti Sociali, ben pochi avevano dubitato fosse vero. Chiedersi perché, come sarebbe spontaneo in questi casi, non è sembrato neppure necessario: la risposta, avvolta da una tacita consapevolezza, è chiara a tutti. Nulla nella nostra società è tanto radicato quanto la legge non scritta che determina un modo “giusto” di essere uomini, dei canoni inderogabili. Non riusciamo ad accettare gli uomini che si discostano da essi perché mettono a nudo un interrogativo destabilizzante: cosa fa di un uomo un uomo?
Senza avere la pretesa di “decostruire il genere”, è facile intuire quanto sia dannoso riporre le basi della definizione di un genere in stereotipi meramente culturali, poco attinenti alla biologia.

E’ proprio in questo che risiede il fascino di “Uomini si diventa” di Chip Brown, uno degli articoli più interessanti ed al contempo meno soddisfacenti del numero del National Geographic dedicato al genere. Di fronte ad un titolo così assertivo, ci si aspetterebbe infatti l’esposizione di una granitica certezza. Invece Brown non offre risposte, soltanto domande. Cosa accomuna, si chiede, Shadrack, adolescente della tribù keniota dei Bukusu ed Oliver, ragazzo di New York? Per il primo l’ingresso nella vita adulta passa attraverso un antico rito di iniziazione ed i compiti ed i privilegi della neo-acquisita mascolinità hanno contorni netti, marcati. Il percorso di Oliver è certamente meno violento, meno definito, apparentemente più libero, ma neppure lui sfugge alle strette maglie della gabbia del suo genere. La mascolinità è un fatto collettivo: un ragazzo viene costantemente monitorato e reindirizzato verso un determinato tipo di comportamento durante tutta la vita. Si tratta di un condizionamento costante, che arriva implacabile contemporaneamente dai coetanei, dal mondo degli adulti e dai media. Il sociologo statunitense Michael Kimmel, in una conferenza dal titolo “Boys will be boys: Deconstructing Masculinity and Manhood”, tenuta nel 2013 al Dartmouth College, individua i quattro pilastri di questa virilità stereotipata e soffocante.
Il primo è “Non fare la femminuccia”. La mascolinità esclude e disprezza tutto ciò che richiama il femminile, in ogni sua forma. Sin dall’infanzia vengono incoraggiati interessi e gusti verso un certo tipo di giochi, sport, film, giocattoli ed interessi. Kimmel racconta il panico sottile che suscitava in lui e nei suoi coetanei, durante infanzia e adolescenza, l’affermazione “Dude, that’s so gay”, in riferimento ad un qualsiasi comportamento. Non era percepito come un richiamo all’orientamento sessuale, ma come la constatazione di una demascolinizzazione, più un grido d’allarme che un rimprovero. Un bambino non può amare il rosa, la danza, le bambole. Non mina così soltanto il proprio privilegio ma quello di un’intera categoria, che fa della fissità di uno schema la sua rassicurante affermazione. Una bambina che ama sport di contatto, materie scientifiche ed ha hobby tradizionalmente maschili riceve più sguardi di divertita ammirazione che di disgusto: è un maschiaccio. Si legge nel suo fuoriuscire dalla norma un avvicinamento ad una condizione più edificante, ovvero quella maschile. Ad un bambino non è concesso fare l’opposto: tutto ciò che ha a che fare con la femminilità è sinonimo di debolezza, di inferiorità. E’ inevitabile pensare a come fenomeni secolari come quello delle drag queen e dei drag king scardinino completamente questi concetti. Uomini e donne di qualunque orientamento sessuale e qualunque identità di genere giocano a teatralizzare l’essere uomini o l’essere donne attraverso il travestimento e la recitazione, inventando un alter ego del sesso opposto. Per parafrasare Butler, quello dei drag king è un portare sulla scena la “maschilità senza uomini” così come quello delle drag queen è un ricreare un femminile senza donne, cercando un punto di contatto tra l’interpretazione personale di un genere e l’insieme di credenze trasmesso dalla società.

il Kollettivo Drag King del Teatro Ringhiera

Quest’esperienza dimostra che il ruolo di genere assegnato dalla società, l’identità di genere con cui ci collochiamo nello spettro tra maschile e femminile e l’espressione di genere con cui lo manifestiamo non sono un tutt’uno inscindibile, ma parti indipendenti del puzzle che compone la nostra persona. Inoltre la società sta arrivando ad eliminare totalmente l’idea che esistano “cose da maschio” e “cose da femmina” già dalla prima infanzia. Sono infatti sempre più numerosi nel Nord Europa i genitori che optano per un’educazione gender neutral per i propri figli, a partire da abbigliamento e giocattoli e sempre più case di moda propongono collezioni genderless.
Gli altri tre pilastri citati da Kimmel sembrano più difficili da contrastare. Il secondo stereotipo è quello di “Essere un pezzo grosso”. E’ l’uomo, nella società eteronormata patriarcale, a provvedere al benessere della famiglia, sin dai tempi della caccia e della raccolta. Il lavoro, manuale ed intellettuale, diventa l’equivalente esatto del valore di un individuo: non è ammesso il fallimento. Se da una parte si incoraggia così la crescita del divario salariale tra uomini e donne, dall’altra si crea un’incredibile pressione sociale nei confronti del genere maschile: guadagnare meno o essere a carico della propria compagna viene ritenuto umiliante in una coppia eterosessuale. Quando invece un uomo decide di dedicarsi alla cura della famiglia si trova ad occupare una nicchia scomoda, perché non si tratta di uno spazio concepito dalla società per accoglierlo. Tra le molte del quotidiano, la discriminazione più evidente è quella insita nel modo in cui ci esprimiamo: un uomo che decide di dedicarsi alla vita domestica e alla cura dei figli viene definito “mammo”, invece che semplicemente “papà”, indicando col tono scherzoso che non viene preso sul serio.
Direttamente collegata all’idea che un uomo non possa prendersi cura dei propri figli è l’educazione impartita a ragazzi ed adolescenti riguardo al manifestare le proprie emozioni. Kimmel afferma che ciò che la società chiede ad un uomo adulto è di “Essere una quercia”, ovvero di essere affidabile, ma non nella maniera empatica ed accogliente in cui sono educate ad agire le donne. Questo equivale ad obbligare gli uomini, tramite la coercizione del gruppo, a non lasciar trasparire la propria vulnerabilità. Paradossalmente chiedere ad un uomo di esprimere la propria virilità, ovvero di “essere un vero uomo” significa privarlo di ciò che lo rende più umano, ovvero la capacità di esprimere e saper interpretare i propri sentimenti. La trasformazione dell’uomo in un oggetto inanimato si riflette appunto nel linguaggio: un punto fermo, una roccia, una quercia sono il modo in cui vengono definiti uomini seri, a cui potremmo dare la massima fiducia.

Disumanizzare un uomo significa insegnargli sin dall’infanzia a perdere la capacità di essere in contatto con ciò che prova e a non saper chiedere aiuto quando serve. Le donne sono autorizzate socialmente a manifestare una gamma molto variegata di emozioni: paura, rabbia, gioia, sorpresa, tristezza… Il culto dell’uomo stoico ed impavido ha fatto sì che un uomo possa esprimere soltanto rabbia, disprezzo e orgoglio. “Boys don’t cry” è uno dei luoghi comuni più rappresentativi dei danni della mascolinità tossica. Una campagna pubblicitaria australiana del 2015 invitava gli uomini a sentirsi liberi di piangere e ad avere il coraggio di mostrarsi vulnerabili, per prevenire il grande numero di suicidi maschili dovuto a depressioni e malesseri mascherati.
Rabbia, orgoglio e disprezzo sono le tre emozioni funzionali alla creazione di un guerriero ed infatti l’ultimo pilastro della mascolinità stereotipata consiste nel “Fargliela vedere”. La violenza, sia come meccanismo difensivo che aggressivo, con la reiterazione, assume la naturalezza di una forma di comunicazione. L’altro da sé viene percepito come un’estensione, un possesso, il premio di un atto predatorio. Educare gli uomini alla violenza e alla prevaricazione significa depauperare la loro capacità di essere parte di un tessuto di relazioni, alimentando la cultura dello stupro e della violenza di genere, con la sua scia sanguinosa di femminicidi.
Ascanio Celestini afferma nelle sue interviste che l’intelligenza umana è come un coltello, con cui si può scegliere di tagliare una pera così come una gola. Allo stesso modo si può pensare di ribaltare e reinventare gli stereotipi della mascolinità. Come afferma la scrittrice nigeriana Chimamanda Ngozi Adichie in “Dovremmo tutti essere femministi”, il problema del genere, che schiaccia con il peso delle sue aspettative, sta nel fatto che prescriva come dovremmo essere invece di raccontare come siamo. La virilità, nel modo in cui viene trasmessa agli uomini, è una gabbia molto ristretta, ma non esiste un’unica formula della mascolinità. Come conclude Brown nell’articolo citato, riferendosi al figlio: “Non so se per Oliver possa essere utile sapere che esistono molte definizioni di che cosa significhi essere un uomo e che lui è libero di scegliere la propria”.

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