Autistico non è un insulto: lo stigma abilista

La presidenza Trump – con il suo strascico di polemiche – è uno dei temi più caldi degli ultimi giorni, nonostante l’insediamento dell’imprenditore alla Casa Bianca risalga appena al 20 gennaio. Una campagna politica condotta con toni incresciosi e sopra le righe, un numero notevole di primi provvedimenti che annientano i diritti civili di molti gruppi marginalizzati e un atteggiamento aggressivo nei confronti della stampa e dei media, hanno subito conferito al neo-presidente un’aura demoniaca. Qualunque decisione prenderà o qualunque esternazione farà nell’immediato futuro, Trump non potrà spogliarsi dell’immagine di incarnazione del male attribuitagli dall’opinione pubblica.

Il cono d’ombra pare gettato anche sui componenti della sua famiglia che, durante la cerimonia d’investitura, sono stati sottoposti ad un severo scrutinio. Con un’incredibile mancanza di empatia o clemenza, gesti, abbigliamento e parole della nuova First Lady Melania e del figlio decenne Barron sono stati studiati come sotto una gigantesca lente d’ingrandimento e impietosamente messi a confronto con quelli dell’affiatata, televisiva famiglia Obama.

In particolare, una pioggia di commenti e tweet sgradevoli ed offensivi si è abbattuta sui gesti scomposti e nervosi del giovanissimo Barron e sulla sua aria trasognata. Gli utenti del web hanno definito senza remore di alcun tipo quello di Barron Trump un disturbo psicomotorio, che in molti hanno addirittura collocato nello spettro autistico.

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Senza dubbio è inqualificabile il cyber-bullismo nei confronti di un bambino, probabilmente semplicemente agitato, spaesato, annoiato, sotto pressione e costretto suo malgrado in una situazione molto più gravosa di quelle che un ragazzino dovrebbe affrontare, ma una riflessione è inevitabile. Come mai la diagnosi superficiale ed infondata di autismo è stata percepita dai più come un’insinuazione crudele o come una qualifica degradante? L’accostamento con una condizione di disabilità lascia emergere molti più nodi irrisolti e pregiudizi sottintesi di quanti possa sembrare. Si può ricondurre incontrovertibilmente tutto ciò a quel fenomeno chiamato ableism che sembra permeare interamente la società in cui viviamo.

Con abilismo si intende il concepire la condizione del disabile come inferiore rispetto a quella dell’abile. La persona disabile, anche attraverso uno sguardo filtrato dal pietismo, viene percepita come malata, svantaggiata, poco attraente, sempre bisognosa di assistenza nonché incapace di condurre una vita professionale e sentimentale piena e soddisfacente. Il privilegio innato della persona abile distorce a tal punto la considerazione della persona disabile che è praticamente impossibile averne una rappresentazione non filtrata.

Si ottiene un effetto analogo a quello evidenziato da Wlodek Goldkorn in “Il bambino nella neve” in relazione alle immagini delle persone deportate nei campi di concentramento tedeschi e polacchi. Tutte le testimonianze fotografiche della Shoah a nostra disposizione sono state prodotte e diffuse dai persecutori ariani tedeschi e polacchi. L’inquietante parallelismo si ferma qui, ma la rappresentazione anche in questo caso è frutto di una mediazione che alimenta la discriminazione e la parzialità che vorrebbe contrastare.

Il pregiudizio è tanto presente che non è riuscito a togliersi gli occhiali dell’ableism neppure Dylan Marron, popolare host statunitense di Seriously.tv. Ha infatti dedicato una puntata del suo “Shutting down bullshit about…” all’autismo, intervistando un ragazzo autistico con l’aiuto del padre come interprete. L’intervento del genitore è sembrato al pubblico disabile totalmente superfluo e fortemente discriminatorio. Non sono mancate le manifestazioni di disappunto. Lo stesso Marron, dopo le pubbliche scuse, ha registrato una nuova puntata sull’argomento, stavolta però intervistando quattro ragazzi con differenti forme di autismo.

In quanto disabilità mentale, l’autismo può manifestarsi come disabilità invisibile, ovvero non essere immediatamente riconoscibile, generando di conseguenza pregiudizi differenti da quelli nei confronti di una persona con una disabilità fisica evidente. Alcune persone autistiche riescono ad interagire senza particolari difficoltà con chi li circonda, a differenza delle convinzioni più comuni, dal momento che esiste un vero e proprio spettro di manifestazioni dell’autismo.

Come evidenzia l’attivista Lydia X.Z. Brown di Autistichoya, questa si rivela un’arma a doppio taglio. Una persona autistica che ha difficoltà a relazionarsi con gli altri o che non presenta le spiccate capacità intellettuali di alcune persone affette da sindrome di Asperger viene automaticamente bollata come “a funzionamento ridotto” e segregata in contesti speciali e protetti, oppure esclusa di fatto da molti altri per mancanza di personale specializzato.

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Le si impedisce di relazionarsi con coetanei abili, di poter seguire molti programmi scolastici e corsi universitari e di trovare posto nel mondo del lavoro, creandole un equivalente sociale delle barriere architettoniche. Dall’altro lato, se una persona con autismo in determinate occasioni non manifesta particolari difficoltà, si dubita dell’autenticità del suo disturbo. Infatti, mentre la società si rivela più inclusiva ed accogliente ad esempio nei confronti delle persone trans che “passano”, ovvero che non manifestano segni inequivocabili del sesso di nascita, non lo è assolutamente nei confronti di altre minoranze.

L’elegante web comic di Rebecca Burgess “Understanding the spectrum” individua la radice di questa polarizzazione nella percezione dell’autismo come un unicum, mentre è invece composto da cinque tratti che spesso non interagiscono tra loro e che comportano combinazioni di difficoltà che variano da persona a persona. Si tratta di linguaggio, capacità motorie, capacità di interpretare stimoli esterni e capacità di mettere in atto azioni pianificate. L’autismo, dunque, non è un interruttore on/off.

La responsabilità della persona abile sta quindi nel riconoscere che la totalità di queste persone non si esaurisce nel loro disturbo o meglio nella loro condizione. Pur cercando inoltre di adattarsi alle particolari esigenze di questa minoranza, dimostrarsi dispiaciuti o compassionevoli rafforza lo stigma. La società può far percepire l’autismo come qualcosa di invalidante ed effettivamente non è strutturata in maniera tale da integrare le persone che sfuggono alle attuali logiche della produttività. Manifestare il proprio dispiacere sottintende però un rifiuto: una persona autistica, così come una persona omosessuale, transgender o extra-comunitaria, è anche la sua condizione.

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