Orfanzia: Zontini e il rapporto tra genitori e figli oggi

Orfanzia è il romanzo d’esordio di Athos Zontini, quarantatreenne già autore per la radio e la televisione. Edito da Bompiani, copertina color petrolio, solo il titolo in vista, in cui si fondono le parole ‘orfano dell’infanzia’.

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Orfanzia, di Athos Zontini. Pubblicato da Bompiani, Narratori Italiani, 2016; 223 pagine. Credits: ibs.com

Zontini da subito vuole dare una chiave di lettura della sua storia, perché il protagonista è un bambino che parla con la voce di un adulto, e con il suo modo di pensare strutturato, razionale e pieno di consapevolezza, ci racconta di come abbia deciso di non mangiare più perché convinto che i genitori vogliano, al momento giusto, mangiarlo a loro volta. Con la sua prosa scorrevole e attenta ai tempi della storia (quattro parti come le quattro stagioni coperte dalla narrazione, articolate in capitoletti brevissimi, quasi fossero scene di una serie televisiva), l’autore racconta la difficile esperienza dell’essere figli – e dell’essere genitori – al giorno d’oggi.

I genitori del romanzo sono scontenti, delusi dalla piega che hanno preso le loro vite e la loro relazione. Così non possono amare il figlio in modo sano, ma solo trasformarlo nell’oggetto delle loro ossessioni, come se in qualche modo toccasse a lui colmare il vuoto che domina la loro quotidianità. La madre cerca in tutti i modi di convincere il protagonista, magro e debole, a mangiare: prima gli propone cibi sani, di qualità, costosi; poi qualche spesa insieme al supermercato, nella speranza di vedere il bambino attratto da un qualsiasi genere alimentare; infine le brioches della scuola che tanto sembrano piacergli e le merende a base di pop-corn con burro fuso e patatine fritte. Il padre, per lo più assente, quando passa del tempo con il figlio non manca di fargli notare il disprezzo che prova nei suoi confronti: è troppo magro, viene scambiato per una bambina, è una delusione sul campo da calcio, prende solo pessimi voti.

Il protagonista è oggetto dell’iperprotettività della madre ed ignorato o aggredito dal padre; naturale che veda i genitori come dei mostri che desiderano solo imporgli un determinato modus vivendi per renderlo finalmente degno 2538955121_c62b1602cb_ndi essere loro figlio. Per tutta risposta inizia la sua strenua resistenza negando alla madre quello che più le sta a cuore rifiutando il cibo o provocandosi il vomito e riversando sul padre una rabbia che si concretizza in una lunga serie di dispetti a gravità crescente: dal legare un gatto al paraurti della macchina perché venga trascinato dal genitore alla guida, al colpirlo al volto con un asse di legno.

L’incomunicabilità permea le dinamiche di questa famiglia e la tensione va a confluire in due elementi, che diventano a loro volta protagonisti del romanzo: il cibo e la violenza.

Il cibo è ossessione del bambino, così come della madre; se il primo lo rifiuta, la seconda ne abusa: sembra che in una situazione famigliare così complicata non sia possibile instaurare un rapporto sereno nemmeno con il proprio bisogno di mangiare. Allo stesso modo, non è possibile vivere tranquillamente sé stessi: il prendersi cura di sé non rientra nelle priorità dei protagonisti, che vivono nella mortificazione del proprio corpo o lo trascurano visibilmente. Ma il cibo non è solo il centro di una serie di dinamiche malate; è anche una costante sulla quale l’autore indugia frequentemente per tutta la durata del romanzo, fino a riservare un’attenzione estrema a dettagli insignificanti: la passione del padre per i ghiaccioli al limone, i cioccolatini che i bambini in coda dal pediatra mangiano con avidità, la frutta che abbonda nel negozio di Maria. Maria, la madre di Lucio, primo amico vero del protagonista e una delle figure in cui si incarna l’elemento violento. È proprio la violenza a legare i due bambini: il protagonista inizialmente teme Lucio per gli atteggiamenti aggressivi che gli riserva, poi trova un punto di incontro con lui nella sofferenza che iniziano a provocare ad altri. Solo nella violenza trova sollievo, ed è portato a riproporre le stesse dinamiche vissute con Lucio anche una volta allontanato dall’amico; soprattutto nei confronti degli animali, che occupano uno spazio importante nella storia, primi fra tutti i cani, che, complici inconsapevoli della missione del protagonista, gli sottraggono il cibo o leccano quanto rigurgita dal pavimento.

Il piano letterale e quello metaforico si intrecciano continuamente nel romanzo di Zontini, che grazie a questa modalità riesce a riportare il lettore alla stessa situazione vissuta dal protagonista, incapace di distinguere la realtà dall’immaginazione. Pian piano, la metafora del non mangiare per non essere mangiati viene svelata, e la macabra favola concilia con la vita reale nel finale, che ci concede una sorta di lieto fine. Non mangiare per combattere i genitori che ti schiacciano se non sei come vorrebbero. Ma anche non mangiare per non crescere, perché anche crescere può voler dire essere mangiati dai propri genitori, nel senso di diventarne il prolungamento. È questo il nodo della questione che propone Zontini: il problema dell’identità. Chi è il suo protagonista? Il bambino non riesce a crescere fisicamente – per la mancanza di cibo – ma nemmeno in quanto a maturità: i genitori vogliono che inizi a mangiare, che diventi un bambino sano e forte, che stringa amicizia con gli altri bambini. Ma cosa vuole il diretto interessato? In questo senso, non è un caso che il bambino, così come i suoi genitori, non abbia un nome: come se fossero tutti un unico individuo. Una singola entità che vive nella tensione, quando potrebbe invece percorrere il proprio cammino in armonia, se solo ci fosse comunicazione, se solo il bambino esternasse la propria insensata paura. Forse ad un certo punto del romanzo il protagonista se ne rende conto, perché è in direzione di una sorta di serenità famigliare che sembrano andare le cose nelle ultime pagine:

Un brivido mi percorre i nervi e fa straripare l’incanto mentre mio padre e mia madre mi ingoiano, giorno dopo giorno, e io striscio tra le pareti del loro stomaco, in quel buio dove mi mischio al loro sangue e ritrovo segni invisibili della mia provenienza, che da ora sono miei per sempre. Rido già come loro, parlo come loro, penso tutto quello che pensano loro, custodisco la loro impressione del mondo e dopo di me in tutto il mondo non ci sarà niente di più simile a loro.

Le famiglie sono uno, nei figli vivono i genitori; non si può scappare, sembra suggerire Zontini.

Il piano letterale e quello metaforico si fondono. E funzionano entrambi, come funziona l’intero romanzo. Ancor più funziona la riflessione. L’autore riesce a mettere in scena il conflitto interiore che è proprio di ogni genitore: quanto è giusto chiedere ai propri figli? Fino a che punto è lecito proteggerli? Anche i genitori sono soggetti ad un processo di crescita e prima di trovare un equilibrio devono necessariamente compiere una serie di errori; da parte loro, i figli sono sensibilissimi ad ogni azione dei genitori, ad ogni cambiamento di atteggiamento nei loro confronti. Solo instaurando una comunicazione efficace a livello famigliare è possibile vivere con serenità sia un ruolo sia l’altro. Nel farlo però, occorre prestare attenzione a non cadere nella morbosità: a non cercare di fare dei propri figli ciò che si vorrebbe essere e a non diventare il prolungamento dei propri genitori.

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