The Girl With All The Gifts, l’umanità dello zombie

 

È un dato di fatto che lo zombie movie sia diventato un genere inflazionato, lo è anche che i prodotti immessi sul mercato negli ultimi anni si siano dimostrati deludenti flop privi di un qualunque carattere innovativo, ed è ancor più evidente che, dopo il rilascio di serie televisive quali The Walking Dead e Z Nation, il pubblico di appassionati sia diventato ancora più selettivo di quanto non fosse in passato. Per quanto, stando alle premesse, sembri impossibile rintracciare un titolo che possa rientrare a pieni voti nella categoria, il film di apertura dell’edizione 2016 del Festival di Locarno, “The Girl With All The Gifts”, ha buone opportunità.
In un’Inghilterra devastata da un misterioso morbo che ha trasformato gli essere umani in zombie, gli unici superstiti si sono rifugiati in una base militare, dove vengono condotti studi su bambini appartenenti alla seconda generazione di contagiati. I ragazzini, nonostante si nutrano di carne animale e umana come gli zombie, hanno sviluppato capacità cognitive che permettono loro di controllare le proprie azioni.
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Tra i bambini spicca Melanie, una ragazzina intelligente e studiosa, che meglio di chiunque altro usa le sue capacità intellettive, dimostrandosi la migliore allieva della classe in cui insegna la bella e amorevole Miss Justineau (Gemma Arterton). In seguito ad un attacco alla base, sarà proprio Melanie a guidare i sopravvissuti, tra cui anche la spietata scienziata Caldwell (Glenn Close), verso la salvezza.
Colm McCarthy sceglie per il suo secondo lungometraggio di adattare il bestseller di Mike Carey (edito in Italia con il titolo “La ragazza che sapeva troppo” , Newton Compton) inserendo nel filone dello zombie movie un’opera tutta al femminile: in “The Girl With All The Gifts” sono le donne le vere eroine, provviste in egual misura di coraggio e sangue freddo ma anche di umanità e sentimenti.
Il regista costruisce l’intero film giocando sui contrasti, evidenziandoli e rendendoli i punti di forza. La sensibilità di Melanie, una contagiata, viene contrapposta alla freddezza e al cinismo del dottor Caldwell, così come i claustrofobici corridoi della base militare alle sconfinate distese di città abbandonate. McCarthy rivaluta l’aspetto umano della mostruosità con sapienza, evitando di portare sullo schermo un caricaturale teen movie dalle sfumature romantiche quale era “Warm Bodies”.
Punta l’attenzione su un rapporto di reciproca ammirazione e rispetto, quello classico di uno studente per il suo insegnante, e su questo sviluppa la vicenda. Melanie agisce spinta dal suo unico desiderio: salvare la sola persona che crede in lei, Miss Justineau, trasformando così la favola – scritta come svolgimento di un compito in classe – in realtà.
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“The Girl With All The Gifts” unisce horror a dramma e a mitologia con l’unico intento di scardinare lo zombie movie dai pregiudizi di film splatter privo di profondità. Dietro alle apparenze si nasconde una solida base di psicologia e di conoscenza della classicità: il titolo stesso del film prende spunto dal mito di Pandora – racconto preso come modello da Melanie – che possiede tutti i doni: il potere di farsi rispettare dagli altri zombie e la capacità di amare, il coraggio di affrontare il più infausto dei destini.
La sobrietà di un film che non eccede in nessuna direzione, la presenza di vari livelli di lettura, la straordinaria complicità tra una delle più interessanti attrici britanniche under quaranta e il talento esuberante di una teenager alla prima prova attoriale fanno di “The Girl With All The Gifts” un caso da osservare, studiare e vivisezionare, poiché l’antidoto contro la stucchevole retoricità dello zombie movie contemporaneo potrebbe essere rintracciato giustappunto tra i suoi fotogrammi.

 

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