I classici parlando di noi. “Scandalo”

Lo scandalo, la pietra d’inciampo a ciò che si è sempre stati, alle certezze costruite per essere esibite, l’immagine a uso e consumo del mondo.
La Vienna dell’Ottocento è tutt’altro che lontana in “Scandalo” di Arthur Schnitzler, in scena in fino al 19 gennaio al Teatro Elfo Puccini di Milano.
Lo sembrano gli interni della villa alto-borghese che appare all’apertura del sipario, fino a che Ugo, rampollo della famiglia, a seguito di una caduta da cavallo si scopre sul punto di morire. Convoca i propri genitori, e getta la pietra fra i loro piedi: fidanzato con una cugina, rivela di avere già una moglie e un figlio di quasi cinque anni. Consapevole della morte imminente, esige di poterli vedere ed ingiunge ai suoi congiunti di prendersi cura della giovane famiglia.
A nulla serve crederlo pazzo. Quando la morte inesorabilmente arriva, i parenti sono costretti ad accogliere in casa la vedova affranta, Toni, e il bambino.
Tutti sono così costretti a prendere coscienza di questa realtà finora nascosta, e ad accettare i nuovi membri della famiglia, noti soltanto al migliore amico di Ugo, Gustav.
La sorella del giovane, la madre e la zia vedova sembrano accoglierli di buon grado. Non così il fidanzato della ragazza, medico arricchito, disgustato da una scelta che contraddice qualsiasi regola della società nella quale tanto faticosamente si è insediato.
Quando un faticoso equilibrio appare raggiunto, e persino la fidanzata legittima di Ugo ha scelto di essere amica di Toni, un’altra tragedia si abbatte a spezzarlo. Una malattia uccide anche il figlio di Ugo, usato dalla famiglia per spiegare al mondo la propria scandalosa scelta. La presenza di Toni nella casa diventa così un inciampo inevitabile: Malgrado la giovane non sia più giustificabile per la società, allontanarla significherebbe mancare all’ultimo desiderio dell’amatissimo figlio e fratello.
È ancora il giovane dottore a convincere i vecchi titubanti: contro il volere del della sorella di Ugo e della zia Emma, si assume l’incarico di allontanare Toni da quella casa. Una volta che la giovane straziata da tante perdite ne è informata, resta solo un biglietto: “è troppo tardi”. La famiglia resta così sola con i propri sensi di colpa, che inutilmente cerca di nascondere a se stessa: la scelta di essere stati “pietosi, quando dovevamo solo essere buoni”. È nell’insieme che emerge con forza ciò che la regia di Franco Però ha il merito di suggerire senza calcare la mano: la lenta e inesorabile solitudine di cui la famiglia è rimasta vittima: amici e conoscenti, scandalizzati, li hanno abbandonati.

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Si evidenzia così il carattere simbolico dei personaggi: Gustav, un bravissimo Andrea Germani, l’amico che fa da tramite fra la verità e l’immagine, l’unico a conoscere la famiglia di Ugo, l’unico a continuare a frequentare quella casa fino a che lui stesso, emblema di una realtà che porta vergogna, non è più gradito. La zia Emma, un’ottima Stefania Rocca, voce di ciò che è giusto anche contro la società, disposta a interrompere i rapporti coi propri stessi parenti per fare ciò che ritiene giusto. La sorella Franziska, Lara Kamer, voce dei sentimenti e dell’amore per il fratello, che ama Toni per rimanere ancorata a ciò che le resta di lui. La madre, Betty, che lascia semplicemente che le cose avvengano.

E il padre, Adolf, Franco Castellano, duro coi parenti eppure in totale balia di ciò che la società detta, dell’esigenza di tacitare lo scandalo. Un uomo che si erge a difensore della moralità, ma quando resta solo insidia la cognata. Forte coi deboli e debole coi forti, soprattutto quando la forza è esercitata da una società brutale e indistinta, qui incarnata dal giovane dottor Smith, Adriano Braidotti, molto capace di suscitare disprezzo quanto più ci accorgiamo ad essere costretti a specchiarci in lui.

Solerte a giudicare una donna rimasta sola per le mancanze di cui viene a conoscenza, ad additarla come immorale. Smanioso, soprattutto di tracciare confini: fra il proprio mondo, conquistato dopo essere stato a sua volta escluso perchè di natali poveri, e il mondo degli altri. Il mondo di Toni: quello dei solitari, dei diversi, dei poveri a cui fare una carità perniciosa purchè si mantengano a distanza da una sfavillante esibizione di stato sociale.

In una messa in scena curatissima ed estremamente classica, – che il regista sceglie di alleggerire vestendo tutti i personaggi di bianco nonostante i lutti, e che nella riflessione lascia spazio a risate e momenti lievi – Riconosciamo l’oggi. Un tratto su tutti: la Toni di Astrid Meloni gioca con il proprio figlio e lo culla con parole in cui suonano note arabe. Una delle molte e meritevoli piccole e intelligenti intuizioni che lasciano un suggerimento a ciascuno, spingendolo ad alzarsi dalla platea sapendo che il teatro ha assolto alla propria funzione: anche nonostante il diaframma del tempo, fare a chi osserva da specchio.

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