I progetti “Utter” e “Open Border”: arte per abbattere i nuovi muri

“Il fatto che gli uomini non imparino molto dalla storia è la lezione più importante che la storia ci insegna”  (Aldous Huxley)

In queste ultime settimane è stato inevitabile doversi confrontare con le notizie provenienti dagli Stati Uniti d’America, dove il neo-eletto presidente Donald Trump ha cominciato a firmare in rapida successione i primi controversi decreti del suo mandato: il muslim ban e l’ordine esecutivo per la costruzione del muro al confine tra USA e Messico. Le reazioni nel mondo sono state immediate, molteplici, contrastanti. Eppure, nel silenzio generale, altri muri e barriere sono stati eretti nell’ultimo decennio: tra Israele e Palestina, per esempio, o tra Ungheria e Serbia. Sembra che il ricordo del Muro di Berlino si sia fatto sempre più lontano, sfumato, ininfluente. Si parla di lotta al terrorismo, ma in realtà le radici del problema vanno ricercate nel profondo della natura umana. Le paure ancestrali del diverso vengono fomentate, e dietro una frontiera impenetrabile ci si trincera nelle proprie insicurezze. Come fare ad innescare un cambiamento decisivo nelle coscienze e nei comportamenti umani? È possibile sperare ancora? Quando la parola Muro comincerà a fare più paura della parola Immigrato?

Forse gli architetti del cambiamento sono ancora gli artisti.

L’opera d’arte può creare la prima e decisiva breccia per abbattere paure e barriere.

56^ Biennale d’Arte di Venezia, l’artista Jaša viene chiamato ad allestire il Padiglione Slovenia presso le Artiglierie dell’Arsenale. Per entrare nello spazio interno, i visitatori devono aggirare dei pannelli dipinti di grigio e segnati da graffiti. 12249962_916252478461547_4030938686792620407_n-copia Un vero e proprio muro che però, tramite le lettere tracciate su di esso, mandava un messaggio chiaro: TOGETHERNESS e, poco distante, Need to keep open(ing) to tear down these new WALLS that separate you (from me). Parole dalla grafia sottile e incerta, eppure fortissime, coraggiosamente urlate, capaci di spalancare orizzonti di senso profondi per un luogo in cui a prima vista nulla è messo in mostra. Musica di pianoforte in sottofondo, ragazzi che muovendosi silenziosamente dipingono le pareti. Niente opere esposte, perché l’opera è il padiglione stesso, pensato come contesto performativo in cui si alternano varie discipline (installazioni di luce, musica, pittura, scultura, fotografia, letteratura, incontri tematici), zona di contatto e scambio tra artisti e pubblico.

Il titolo del progetto era altrettanto folgorante:

UTTER – The violent necessity for the embodied presence of hope.

Eccola, la violenta necessità di speranza.

Mentre l’uomo è dominato dalla paura e respinge il proprio fratello, e il mondo continua a volersi dividere ed isolare, riponendo la propria tranquillità nell’insensatezza di un muro, l’arte può unire, riavvicinare, creare relazioni. Abbiamo bisogno di continuare ad aprirci per abbattere questi nuovi MURI che ci dividono. L’arte è impeto verso l’apertura, può ancora scuotere dal torpore, infondere speranza ed essere inizio del cambiamento. Lo stesso Jaša dichiarava: “Secondo me l’arte può e deve reagire responsabilmente e conseguenzialmente, diventando uno strumento di ispirazione, sotto tutti gli aspetti, specialmente in merito a un ambito così definito come quello politico.”

E cos’è, se non arte politica che civilmente reagisce alle tensioni attuali, l’installazione Open Border, realizzata dall’Atelier ARI di Rotterdam e dallo studio Sputnik Architecture a Winnipeg, in Canada?

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L’opera è stata inaugurata a fine gennaio 2017, e con il suo messaggio si è posta in chiaro dissenso con le recenti scelte del vicino governo americano.  Una frontiera alta 4 metri, formata da una doppia parete di strisce di materiale isolante rosso, sbarra il sentiero di pattinaggio sul fiume ghiacciato: ma il muro rosso, per quanto imponente, può essere attraversato e diventa perfino rifugio, poiché tra una parete e l’altra l’aria si fa più tiepida rispetto all’esterno. La frontiera non è più simbolo di separazione ma di accoglienza, teatro di gioco e fonte di sorrisi. Le foto dei bambini che pattinando “sfondano la barriera” e attraversano il muro, scaldano il cuore ed eliminano ogni vuoto timore. Senza nessuna parola, l’intervento artistico provoca l’azione spontanea e rivoluzionaria, che è l’inizio del cambiamento interiore e, su più larga scala, sociale.

 

FONTI

Biennale di Venezia: il Padiglione della Slovenia raccontato da Jaša (Mrevlje – Pollak) – Artribune.com

Progetto Open Border – Foto

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