Carver fra incomunicabilità ed editori minimalisti

Stati Uniti, seconda metà del Novecento; i soldi che mancano, i figli da mantenere, la scarsità di tempo per studiare e per scrivere, la lotta contro l’alcolismo, le relazioni complicate, la malattia e la consapevolezza di avere poco tempo davanti a sé. È Raymond Carver, quello che è stato definito il maggior esponente del minimalismo americano.

Minimalista è un’etichetta con la quale non ha mai avuto un buon rapporto, che gli deriva dalla scrittura asciutta e dal linguaggio piano, dal suo lavorare togliendo che gli rende possibile ritrarre la società americana del suo tempo con una fedeltà assoluta, costruendo un realismo stilizzato e permeato di un’ironia inquietante, in cui è il non detto a dire di più. I dialoghi sono fortemente ellittici, le immagini quasi violente, e il lettore vive una costante sensazione di frustrazione per l’assenza completa di commenti dell’autore e per lo scarso approfondimento dell’introspezione dei protagonisti dei suoi racconti. Racconti di un’intensità disarmante, attraverso i quali però Carver sembra non voglia farsi conoscere, né creare un legame con il suo pubblico. Perché? Perché Carver regala degli spaccati di vita così reali e delle emozioni così forti ai suoi lettori per poi negar loro chi li crea?

Sicuramente una prima risposta a questa domanda è che i racconti di Carver parlano di incomunicabilità. Il mondo che racconta è fatto degli stessi problemi relazionali ed economici che ha vissuto in prima persona, e di gente modesta che lotta con la quotidianità ed abita interni domestici che di casa hanno ben poco. Case che non rassicurano, che separano coloro che vi abitano attraverso il telefono che squilla senza sosta, il frigorifero che si guasta, la televisione che si guarda per coprire un vuoto di parole e di emozioni. Vuoto esistenziale, che fa vivere giornate sempre sottotono, prive di accenni ad una qualche passione.

I personaggi di Carver vanno avanti nell’indifferenza alle emozioni, quasi fossero spettatori che possono solo guardare la vita scorrere sentendosene esclusi o escludendosi, con la reciproca comprensione e la condivisione rese impossibili dalla mancanza di presupposti: l’unico tipo di comunicazione che può instaurarsi non è funzionale: o è vissuto ad intermittenza o imposto dalle convenzioni sociali. Una seconda risposta è che l’editore di Carver – Lish – edita fortemente i suoi racconti, tagliandoli mediamente del cinquanta per cento in modo del tutto gratuito. Lish intuisce le enormi possibilità dell’autore che si trova davanti e conosce le tendenze in voga nel mondo editoriale del periodo, che vertono appunto al minimalismo. Il suo lavoro è ottimo: oggi Carver è considerato una delle pietre miliari della Letteratura americana.

Raymond Carver, Cattedrale, Einaudi, 2011. 232 pag. credits: www.einaudi.it
Raymond Carver, Cattedrale, Einaudi, 2011. 232 pag.
credits: www.einaudi.it

D’altra parte, è anche a causa sua che ai lettori è negata la possibilità di conoscere davvero l’autore che stanno leggendo: il cambiamento imposto a Carver è così radicale che nemmeno nelle ultime raccolte – non editate da Lish – concede un suo commento, e quando decide di regalare un’emozione profonda ai suoi lettori non lo fa attraverso la descrizione, ma chiedendogli di mettersi nei panni di coloro la cui interiorità vuole mettere a nudo. Il risultato è comunque da pelle d’oca, come in questo estratto del racconto Cattedrale, in cui Carver analizza il rapporto di una donna ormai morta con il marito cieco:

Immaginate un po’ una donna che non può mai riconoscersi negli occhi dell’uomo che ama. Una donna che deve vivere giorno dopo giorno senza mai ricevere il benché minimo complimento dal suo amato. Una donna il cui marito non sarebbe mai riuscito a leggere un’espressione sul suo volto, fosse di sofferenza o di gioia. Una che poteva truccarsi oppure no – tanto che differenza faceva per lui? Se voleva, poteva mettersi l’ombretto verde solo su un occhio, infilarsi uno spillone nel naso, indossare pantaloni gialli e scarpe viola, tanto non importava. E poi scivolare verso la morte, con il cieco che le teneva la mano, con gli occhi opachi pieni di lacrime – me lo sto immaginando – magari il suo ultimo pensiero era stato proprio questo: che lui non aveva mai saputo neanche che aspetto avesse e ormai lei era su un treno che la stava portando dritta alla tomba.

Ma forse Carver è stato un grande narratore anche per questo, perchè ha saputo riscrivere le regole del racconto, appoggiandosi a modelli ed editori non certo sprovveduti, per poi imparare a lasciarli andare ed ampliare i confini del realismo americano.

Credits:

Gigliola Nocera in L’America profonda di Raymond Carver, Introduzione a Raymond Carver

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