La dignità spiegata da Fo e Jannacci

Uno dei temi che più hanno appassionato gli artisti, da sempre  socialmente impegnati, è quello del potere. Alcuni lo hanno elogiato, altri compreso e altri ancora criticato nella sua essenza.
Un cantautore milanese accettò un giorno di registrare in studio una canzone scritta da un giullare, con uno dei più geniali testi mai scritti sul Potere. Il primo si chiamava Enzo Jannacci, il secondo Dario Fo.
“Ho visto un Re” è il brano, scritto nel 1968, anno magico, che ha portato, almeno sulla scena del cantautorato italiano, un nuovo modo di criticare il potere.
Inizialmente vi è un inedito compatimento di ciò che possono essere le disgrazie dei potenti, per esempio, perdere uno dei 32 castelli di propria proprietà. Via via si vanno nominando vari personaggi potenti, raccontando per ognuno di loro una disavventura.
Il tutto avviene in chiave ironica fino a quando si racconta la disgrazia del contadino, al quale  hanno portato via tutto. Contrariamente a tutti gli altri personaggi, il contadino ride come “un matto” nel vedersi portare via il poco che ha. Il perché di questo atteggiamento apparentemente insensato si rivela nell’ultima strofa della canzone:
“E sempre allegri bisogna stare, che il nostro piangere fa male al Re, fa male al ricco e al Cardinale, diventan tristi se noi piangiam”.
Enzo Jannacci, Dario Fo
Chiaramente, ancora una volta, è ironico il testo quando parla di una “tristezza” del Re, del ricco e del Cardinale per le disgrazie altrui.
La morale del testo vuole quindi che coloro che meno hanno, che non comandano e che, dunque, non hanno potere alcuno, possano tenere con sé una cosa che i potenti non possono avere: la dignità.
Recentemente, diversi quotidiani hanno riportato una notizia che notizia non è, [DILLO IN MODO PIU’ NEUTRO] secondo la quale un 1% della popolazione mondiale detiene una ricchezza equivalente a quella in mano al 30%. E spesso il denaro si lega inestricabilmente al potere.
Dunque, il sistema di governo a livello globale, che formalmente pare essere una sommatoria di quasi duecento democrazie, non SEMBRA in realtà altro che una oligarchia. E sembra che la storia non smetta mai di ripetersi. Allora, ciò che rimane da fare, è ricordarsi le parole cantate da Jannacci; rimanere allegri e ricordarsi che la risata è una delle forme di protesta più sovversive che esistano.

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