Le otto montagne: Cognetti e l’amicizia fra uomini

Negli ultimi tempi s’è fatto un gran parlare di Cognetti, del suo primo romanzo, Le otto montagne, e del caso letterario che sta diventando. Perché Le otto montagne è in via di traduzione in trenta paesi e Cognetti è dato fra i possibili finalisti del prossimo Premio Strega. C’è anche qualcuno che grida al successo montato ad hoc. Ma tutti i dibattiti, le domande, i calcoli diventano inutili di fronte alla bellezza disarmante che è la lettura del romanzo.

Pietro e Bruno accompagnano il lettore con la loro amicizia per 199 pagine dense di emozioni e di pace. Pietro e Bruno, il ragazzo di città ed il ragazzo di montagna, che si conoscono da bambini durante le vacanze estive, a Grana, ai piedi del Monte Rosa. Bruno a Grana ci vive; Pietro ci torna tutte le estati con i genitori. È così il loro rapporto, non continuativo, ma non per questo meno profondo. I due ragazzi sanno prendere l’uno dall’altro quello che sentono mancare: il calore di una famiglia, la bellezza di avere un padre che ti insegna a vivere e di una madre che fa tutto ciò che può per farti avere il meglio dalla vita; sanno anche aiutarsi reciprocamente a trovare se stessi, e nel momento in cui perdono ciò che hanno conquistato con fatica sanno ridarselo più e più volte, in un intreccio di sostegni che non vengono mai a mancare. Perché è su questo che si fondano i rapporti fra uomini nel romanzo di Cognetti: la consapevolezza che l’altro è lì per te, nonostante il non detto, le poche parole e l’affetto impacciato. Pietro e Bruno: prima compagni di gioco, poi due fratelli.

Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, 2016. 199 pag.
Paolo Cognetti, Le otto montagne, Einaudi, 2016. 199 pag. Immagine da einaudi.it

La loro amicizia diventa possibile solo grazia alla montagna, che si inserisce fra le pagine del romanzo come un terzo componente di questo magico legame. Cognetti dice “ognuno di noi ha un paesaggio che gli somiglia e dove sta bene”. Per i protagonisti è quello delle montagne di Grana. La montagna come luogo che unisce, come dimensione in cui nascono nuovi rapporti, ma anche in cui i rapporti rifioriscono; Grana infatti restituisce ad entrambi i ragazzi una sorta di legame con una figura paterna: Bruno che trova in Gianni il padre che non ha mai avuto vicino e Pietro che Gianni, morto, lo ritrova costruendo un rifugio con l’amico proprio per suo volere e leggendo i suoi pensieri annotati nei diari di montagna che gli alpinisti sono soliti lasciare in vetta.

La montagna è protagonista viva, non ambientazione. È un mondo permeato dalla nostalgia di chi ha la consapevolezza di dirigersi verso la dissoluzione, ma afferma forte la sua identità, definita da tradizioni e valori che sono veri tesori e che invece si stanno estinguendo – il silenzio innanzitutto. Il silenzio delle relazioni che descrive Cognetti è infatti anche il codice degli alpinisti e dei montanari, che conoscono l’importanza della solitudine ed il rispetto dovuto ad un luogo che percepiscono come il proprio tempio. Un tempio; non neve e piste da sci, ma rocce e sempreverdi, non un locus amoenus, ma uno spazio fatto di fatica e sudore, in cui non ha senso scendere con un paio di sci ai piedi senza prima aver conosciuto la stanchezza della salita. Allora, in fondo, forse il desiderio di Cognetti è che il romanzo si faccia anche iniziatore della riscoperta del valore educativo della montagna. Perché a Pietro viene raccontato che per i nepalesi il centro del mondo è il Monte Sumeru e che da questo si diparte una raggiera che conduce colui che la percorre ad otto montagne; e la domanda che gli viene posta è: “avrà imparato di più chi ha fatto il giro delle otto montagne, o chi è arrivato in cima al monte Sumeru?” Cognetti non ha dubbi: per Pietro il centro del mondo è il rifugio costruito con Bruno in ricordo di suo padre, con un processo che è stato costruzione ma soprattutto espiazione e scioglimento che lo hanno liberato dal dolore della perdita; Bruno è colui che raggiunge la vetta del monte, Pietro colui che visita tutte le otto montagne. Pietro spiega all’amico che il più saggio non può che essere lui, che dal monte Sumeru non si è mai allontanato: ha sempre saputo di voler essere un montanaro, e sulle sue montagne trova anche la famiglia che non ha mai avuto. Anche Pietro troverà la pace solamente nella solitudine della montagna.

 

La sensibilità con cui Cognetti racconta la vicenda è potentissima. Deriva dalla lingua bella e autentica, senza forzature né cultismi; una lingua che spesso sfocia nel dialetto, un dialetto che, dice Pietro:

trovavo più giusto dell’italiano, come se alla lingua astratta dei libri, in montagna, io dovessi sostituire la lingua concreta delle cose, adesso che le toccavo con mano. Il larice: la brenga. L’abete rosso: la pezza. Il pino cembro: l’arula. Una roccia sporgente sotto cui ripararsi dalla pioggia era una barma. Un sasso era un berio ed ero io, Pietro

Un dialetto grazie al quale le cose trovano il loro vero nome, e le persone la loro identità. Ma la sensibilità deriva in parte anche dall’elemento autobiografico. Cognetti racconta che chiedendosi come scrivere la sua prossima storia – che sapeva voler incentrare su amicizie maschili, padri, figli e amici – ha infine detto a se stesso

ce l’hai già, questa storia, è tutta qui, non la vedi? La devi solo raccontare. […] Soprattutto hai la cosa più importante, e cioè il sentire che questa storia è viva dentro di te, è vera, ti accompagna da sempre, e adesso che l’hai vista non puoi più pensare ad altro che a scriverla.

[…]questa storia è uscita così com’è, non ho riscritto quasi niente, non ho fatto prove ed errori, non ho buttato pagine su pagine, non mi sono mai sentito in crisi per non sapere dove andare, e a metà del lavoro ho addirittura abbandonato i miei amati quaderni perché non servivano più, potevo scrivere direttamente in bella.

Il risultato è commovente e nessun premio o fama letteraria ripagherà a sufficienza Cognetti per le sensazioni meravigliose che ha saputo regalare con questo suo libro.

Credits:

Paolo Cognetti sito ufficiale

Giuseppe Delli Paoli Photographer

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