Essere madre è un dovere? Il corpo delle donne e la loro libertà

Holly Blackwell é una giornalista e copywriter londinese di 31 anni. Si occupa di tecnologia e digitale, con grande successo: il suo blog e le sue campagne pubblicitarie hanno ricevuto innumerevoli premi. Ha creato il magazine online Gadgette per combattere gli stereotipi sulle donne appassionate di scienza e tecnologia ed é stata nominata Drum Woman of the Year agli She Says Awards del 2015. Il suo nome é diventato però improvvisamente noto anche fuori dal Regno Unito solo nel marzo 2016, quando Huffington Post Italia ha pubblicato la storia della sua lunga battaglia legale.

Da quando ha 26 anni, Brockwell si scontra infatti con il NHS, il servizio sanitario nazionale inglese, per accedere alla sterilizzazione, diritto che le é sempre stato negato fino alla sentenza del 2016. Come ha scritto in una lettera al Telegraph pubblicata dopo la vittoria in tribunale, il suo medico di base e tutti gli altri da lei visitati si erano sempre opposti: “Sei troppo giovane per una decisione così drastica”.

Una decisione sicuramente ponderata e non facile da prendere, eppure molto osteggiata. A causa della quantità incredibile di insulti e commenti aggressivi ricevuti, nel novembre del 2015 la giornalista si era trovata, infatti, a dover chiudere il proprio account Twitter. La sua colpa? Aver rilasciato alla BBC un’intervista in cui spiegava le sue motivazioni. Brockwell sa con certezza di non volere figli e che non ne vorrà mai e non vuole piú dover temere di rimanere incinta, pertanto chiedeva l’asportazione delle tube, procedura invasiva ma definitiva e priva di rischi.

Una donna può non desiderare essere madre? É meno donna se non vuole diventarlo? Perchè una decisione così privata deve essere contestata pubblicamente anche da chi non é coinvolto in prima persona? É un tema molto attuale e sembra coinvolgere le donne di tutto il mondo, in particolare quando si parla del diritto all’aborto. Basta pensare alle proteste sorte dopo i tagli di Trump a Planned Parenthood, associazione per il controllo delle nascite, o alla Czarny Protest di novembre 2016, contro le decisioni sempre piú restrittive del Parlamento polacco in tema di aborto.

In Italia si tratta di una questione sempre aperta, che periodicamente torna a dividere l’opinione pubblica anche sulle pagine dei quotidiani. È recentissima la polemica nata dal contestato bando della Regione Lazio, aperto espressamente solo a medici non obiettori. I due neo-assunti del reparto di Ginecologia dell’ospedale San Camillo di Roma, infatti, non potranno ledere il diritto all’interruzione volontaria di gravidanza, previsto dalla legge 194 del 1978. La pena è il licenziamento. La presunta discriminazione verso i medici obiettori nasce dalla necessità di fare fronte ad un’esigenza reale. Dagli ultimi dati forniti dal ministero della Salute emerge, infatti, che i ginecologi obiettori sono circa il 70% del totale. Si tratta di una percentuale che si è mantenuta praticamente costante nel corso degli anni: erano il 69.3% nel 2010 e 2011, il 69.6% nel 2012 e il 70% nel 2013. Le interruzioni di gravidanza, parallelamente, sono andate incontro ad una diminuzione stabile e considerevole. Nel 1983 erano pari a 233.976, nel 2013 sono calate a 102.760, meno della metà, per scendere poi sotto le 97.535 del 2014.

madre

A questi dati si associano inoltre campagne superficiali come quella del Fertility Day, promossa tra agosto e settembre 2016 dal Ministro Lorenzin per contrastare il calo demografico e l’invecchiamento della popolazione. Errori di comunicazione grossolani hanno fatto da esoscheletro ad un messaggio strutturalmente sbagliato ed inattuale.

Va ormai riconosciuta la validità delle motivazioni della consistente fetta di donne che non diventano madri per scelta. Quella di vivere volontariamente senza figli può essere una decisione guidata da una moltitudine di ragioni: necessità economiche, riflessioni ecologiche, determinate condizioni familiari o lavorative o una semplice inclinazione personale. Nessuna di esse può essere contestata, ma è in ogni caso fonte di un grande stigma sociale.

Un dettagliato articolo di Soft Revolution del 5 febbraio 2017 evidenzia il legame tra tale stigma ed il falso mito della naturalità innata dell’istinto materno. Come riportato dall’articolo, si tratterebbe invece di un recente costrutto sociale. È tuttavia difficile ricostruirne l’origine, dato che la sacralità dell’infanzia è un concetto della seconda metà del Novecento e che è tuttora molto diffuso il fenomeno dell’abbandono dei bambini.

Scrive Mina Borrelli, in un articolo pubblicato il 27 marzo 2015 su ExtraMagazine, che il primo romanzo a imporre l’immagine della devozione della donna per la prole è stato Emilio nel 1762. Rousseau avrebbe dunque contribuito a “...a dare un forte avvio all’idea dell’amore materno, costruendo un’ideale femminile di felicità e buona madre, atto a convincere le donne che occupandosi solo dei figli, con dedizione e sacrificio, avrebbero assunto un ruolo fondamentale e degno nella società, condannando tutte le donne non “perfette” e quindi non atte ad assolverlo in modo esemplare. In definitiva Rousseau inventò il modello della buona e della cattiva madre che consapevolmente o meno, ci trasciniamo ancora oggi”. 

Il concetto dell’istinto materno sarebbe poi stato consacrato dalle rivendicazioni femministe degli anni ’70, secondo la filosofa francese Elisabeth Badinter. Parte del movimento femminista avrebbe, infatti, cercato di costruire una coscienza dell’identità femminile a partire dalle differenze biologiche tra maschile e femminile. Avrebbe agito in contrapposizione con le posizioni prevalenti delle correnti femministe degli anni ’60, che cercavano invece di emanciparsi dalla figura della donna-madre.

Associare una donna alla sua capacità riproduttiva è, in ogni caso, riduttivo e pericoloso. In primo luogo, rafforza l’oggettificazione del corpo: il valore di una donna equivarrebbe a quello del suo utero. Le donne transgender non sarebbero quindi vere donne. Diventa comprensibile poi lo spaventoso ragionamento di molte campagne anti-stupro: “Non farlo perché potrebbe essere la madre di qualcuno”.

 

 

 

 

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