“L’ora legale”: la favola amara di Ficarra e Picone

La delicata immaginazione di Ficarra e Picone non conosce limite: nel loro ultimo film, L’ora legale, i due protagonisti, abitanti di un paesino fittizio della Sicilia, ricostruito nella bella Termini Imerese,
si trovano ad avere a che fare con una legalità prima ardentemente desiderata e poi rimandata al mittente.

comune-termini-imerese-bianco-e-neroSalvo e Valentino – i due comici hanno deciso di mantenere, come spesso accade, i loro nomi di battesimo anche per i personaggi – per l’occasione di nuovo parenti, chiedono a gran voce un nuovo sindaco e, a causa anche del malcontento generale, al precedente amministratore succede Natoli, cognato dei due personaggi.

Il nuovo primo cittadino, armato certamente di buone intenzioni, non fa sconti a nessuno e i vecchi meccanismi legati alla politica di Patanè, il sindaco uscente –  interpretato da un eccezionale Tony Sperandeo – sono presto archiviati.

Niente favoritismi per parenti e amici, Salvo e Valentino in primis, una burocrazia che, seppur lenta, viene seguita alla lettera, i vigili che non possono più poltrire in ufficio, ma escono per strada e quasi non vengono riconosciuti dai concittadini sbalorditi e infine la raccolta differenziata, una spina nel fianco per l’intero paese messo al tappeto dai rifiuti. Un’oasi della legalità che si trasforma ben presto in una realtà soffocante e difficilmente gestibile in cui il cittadino, anziché avvertire sicurezza e tutela, si sente spodestato di diritti arrogatosi negli anni, senza che fossero sanciti dal legislatore ma semplicemente da una consuetudine che vede il più onesto – sempre che ci sia – soccombere al peso del più forte che di solito è figlio, nipote, amico di qualcuno molto in vista e a cui non si può proprio dire di no, secondo un sistema clientelare dal quale evidentemente non ci si può riscattare, se non si ha la forza di cambiare le cose e quindi rinunciare tutti, nessuno escluso, a privilegi che non competono di diritto.

lora-legale-locandina-bianco-e-neroFicarra e Picone, senza sproloqui, senza ricorrere a situazioni patetiche, ma al contrario con una comicità intelligente, elegantemente popolare, candidamente surreale ci raccontano una favola la cui morale rimane comunque così schietta da essere un vero pugno allo stomaco anche per lo spettatore più superficiale o sordo al rimprovero. Il duo comico nella sua semplicità comunicativa e visionaria fa una richiesta precisa: smettiamola di lamentarci dello Stato, perché lo Stato non è chiuso dentro alle quattro mura di un Parlamento, ma siamo tutti noi. Noi che camminiamo per le strade con i cani, ma non ne raccogliamo le deiezioni, noi a cui in ospedale basta conoscere un portantino per saltare lunghe liste d’attesa a discapito di chi è malato, noi che intasiamo i pronto soccorsi per non pagare il ticket, noi che ci lamentiamo degli evasori fiscali e poi accettiamo che il dentista non ci rilasci fattura, noi che abbiamo mille ragioni per non credere più nella politica. La favola di questa ritrovata giustizia sociale dura poco: il tempo di capire che la giustizia richiede sacrificio.

E così Natoli, con il più classico dei meccanismi, l’ingiuria, viene letteralmente obbligato a lasciare il municipio e la sua carica di sindaco, per ridare spazio a quel Patanè di cui tutti si lamentavano. E così proprio sul finire della stagione più lunga di sempre, quando l’ora legale cede il passo all’ora solare, quella che combacia fra natura e orologio, si esaurisce l’esperimento di cercare benessere attraverso l’onestà.

La conclusione è amara e ha ben poco della fiaba: niente può cambiare se non siamo pronti alla rinuncia. Niente può cambiare non solo in Sicilia, ma in tutta l’Italia, fino a che non si prenderà in considerazione la legalità non come una scelta, da poter rettificare entro un’ora, ma come l’unica via di salvezza. Niente cambierà in Italia perché l’orologio, la bussola morale secondo cui ci muoviamo segue il nord naturale della disonestà a discapito della trasparenza.

Ficarra e Picone ancora una volta non deludono e affidano alla commedia all’italiana – divertente perché costruisce la propria ironia sul dramma – il più forte degli schiaffi perché arriva dritto al cuore con l’arma più leggera e garbata, il sorriso.

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