Jackie, la tridimensionalità del punto di vista di una first lady

La storia non è fatta solo di date, personaggi, guerre e di gesti eclatanti: tutto questo perderebbe di importanza e di incisività se a sostenerla non ci fossero i punti di vista. L’oggettività dei fatti è sempre supportata dalla soggettività di chi consapevolmente o inconsapevolmente l’ha vissuta.
La soggettività della storia è proprio il punto di partenza di “Jackie”, il film di Pablo Larrain presentato in concorso alla 73esima Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, erroneamente catalogato come biopic.

Una settimana dopo la tragica scomparsa del Presidente degli Stati Uniti, John Fitzgerald Kennedy, la vedova Jackie accetta di raccontarsi al giornalista Theodore H. White, questo è il film conduttore di una storia stratificata che si sofferma, attraverso la narrazione della protagonista, sui momenti salienti della vicenda e su alcuni precisi episodi del passato svoltisi alla casa Bianca sotto la presidenza Kennedy. Larrain costruisce il suo film affidandosi all’alternarsi di eventi, emozioni, stati d’animo e cambi di personalità. Il suo è un ritratto minuzioso, non tanto di Jackie Kennedy, quanto del suo punto di vista: ciò che gli interessa particolarmente sono la sua instabilità ed il suo turbamento, il suo febbrile e altalenante passaggio dall’immagine pubblica a quella privata.

 

loc-jackie

Da un lato ritrae la Signora Kennedy, risoluta e determinata, totalmente assorbita dal gravoso compito di organizzare al marito un funerale epocale, su modello di quello del presidente Lincoln; un evento che possa essere ricordato negli anni, un ultimo saluto degno di un Presidente che mai dovrà essere dimenticato.
Dall’altro lato tratteggia con mano sicura i contorni della donna Jackie, vedova, madre, ex first lady devastata, confusa ed impaurita dall’inevitabile confronto con l’incerto futuro che la attende. Tra questi due estremi, il regista trova anche lo spazio per introdurre una terza protagonista: l’artificiosa bambola bidimensionale che i media pretendono di mostrare al mondo intero come modello di moglie devota ed icona di stile ed eleganza. Così, Jackie si mostra come la storia che ella stessa racconta: interpretabile secondo l’angolazione da cui la si osserva.
La si può sminuire, sovrastimare, ignorare, o si possono sovrapporre i negativi di ciascuna di queste “riprese” e trovare la vera essenza di essa nel risultato. La vera essenza della Jackie di Larrain fuoriesce, non a caso, nel confronto con il sacerdote. Qui il regista può permettersi di mostrare contemporaneamente tutte le incongruenze emozionali e comportamentali di Jackie, ammettere i suoi errori, colpevolizzarsi e persino autoassolversi.

jackie

Il film di Larrain è un’intelligente rilettura del film biografico, un’attenta analisi di un frammento di storia portato avanti attraverso l’indagine dell’individuo. Con la camera costantemente puntata su Natalie Portman – che si abbandona totalmente al suo personaggio – sembra voler sezionare e studiare ogni molecola del suo essere per imbastire una teoria capace di motivare ed esplicare determinate prese di posizione.
“Jackie” si afferma, dunque, come prodotto d’ eccellenza, punta di diamante di un genere saturo. Per creare un parallelismo con il mondo che ritrae, non è affatto azzardato sostenere che si dimostri capace di rappresentare la Camelot del biopic.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *