A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce

‘Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti. Tre frasi dall’incipit di Abbiamo sempre vissuto nel castello, romanzo di Shirley Jackson e lettura consigliatissima agli amanti del gotico.’

Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi. 182 pp. Immagine da adelphi.it
Shirley Jackson, Abbiamo sempre vissuto nel castello, Adelphi. 182 pp. Immagine da adelphi.it

Mi chiamo Mary Katherine Blackwood. Ho diciotto anni e abito con mia sorella Constance. Ho sempre pensato che con un pizzico di fortuna potevo nascere lupo mannaro, perché ho il medio e l’anulare della stessa lunghezza, ma mi sono dovuta accontentare. Detesto lavarmi, e i cani e il rumore. Le mie passioni sono mia sorella Constance, Riccardo Cuor di Leone e l’Amanita phalloides, il fungo mortale. Gli altri membri della famiglia sono tutti morti.

L’Incendiaria di Stephen King si apriva con la dedica ‘A Shirley Jackson, che non ha mai avuto bisogno di alzare la voce’. L’incipit del romanzo Abbiamo sempre vissuto nel castello è un ottimo esempio chiarificatore di questa affermazione: da subito l’autrice cala il lettore nell’atmosfera inquietante del suo personalissimo gotico, che nasce dall’intimo delle persone, dalla doppiezza e dalla follia. Parla Mary Katherine, detta Merricat, protagonista e narratrice del romanzo; Constance è la sorella maggiore, con la quale vive nella maestosa villa dei Blackwood; gli altri membri della famiglia sono tutti morti perché sono stati avvelenati diversi anni prima, durante un pranzo nella tenuta. Arsenico mischiato allo zucchero per le fragole. Unici sopravvissuti: Mary Katherine, in punizione nella sua stanza, Constance, che non ama lo zucchero, ed uno zio, che ne usa poco e che da quel momento rimane invalido fisicamente e mentalmente, ossessionato dall’idea di ricostruire gli eventi di quel giorno. Perché evidentemente, per lo zio Julian, il colpevole è uno dei membri della famiglia.

Dall’incidente, la quotidianità di Merricat e Constance prosegue nella più totale esclusione dalla vita comunitaria del paesino che abitano. I Blackwood, ricchi ed istruiti, non sono ben visti nel villaggio, ma le sorelle contribuiscono enormemente ad aggravare la situazione. Quando la protagonista deve uscire dalla tenuta, ad esempio, ha paura di ogni cosa e quando parla con qualcuno di sente aggredita, tanto da desiderare la morte di tutto il paese. In realtà, le sorelle Blackwood si autoescludono soprattutto, perché la maggior parte dell’odio che Merricat percepisce nei suoi confronti è frutto della sua immaginazione.

Sempre da Merricat nasce la distanza con l’universo maschile. Il mondo tutto al femminile della protagonista si guarda bene dal lasciare spazio ad un contatto, seppur minimo, con l’altro sesso: Merricat lo percepisce come una minaccia, tanto che anche il rapporto con lo zio è possibile solo perché mediato dalla sorella. Proprio Constance è l’unica persona nei confronti della quale la protagonista non si chiude; al contrario, il loro è un rapporto esclusivo. Constance, così materna nei confronti della sorella minore, forse in parte anche controllata da lei, grazie ad un potere che non ha nulla di soprannaturale, ma che parte dalle parole; Merricat all’apparenza così dolce e così innocente, che in realtà manifesta dei tratti selvaggi, da piccola strega; due sorelle chiuse nella sicurezza della loro casa, forse poi non tanto sicura, dato che la loro famiglia è stata sterminata proprio lì.

La loro chiusura al mondo è funzionale al desiderio di Merricat di fuggire dalla realtà, di negarla costruendo un mondo magico attorno a sé. Merricat si rifiuta di crescere e trova un appiglio in una quotidianità fondata su dettagli che rimangono sempre uguali: gli oggetti descritti minuziosamente, i pasti e la loro preparazione quasi rituale, le piccole cose che generano grandi ossessioni. Poi però alla porta si presenta un cugino e l’equilibrio di Merricat è sconvolto. Salvo poi essere ricostituito nel finale, lasciato aperto dall’autrice. Merricat allude nuovamente ad un viaggio sulla luna, cui questa volta partecipa anche la sorella, e gioisce della loro felicità: ”Oh come siamo felici Constance, te l’avevo detto che era bello stare sulla luna”. Il lettore non può sapere come finisce effettivamente la storia di Merricat e Constance, ma sa che le sorelle, rinchiuse nel loro castello, hanno trovato il modo di esorcizzare il tempo e di rimanere giovani per sempre. Magari non abitano veramente sulla luna, ma hanno creato un mondo fatto di metafore, in cui le problematiche della vita non possono  entrare; insieme, Constance trascinata nella patologia da Merricat.

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