Razza e antropologia: storia di un pregiudizio.

Riguardo i temi del razzismo vi vorrei proporre una breve analisi dei primi passi dell’antropologia culturale e della storia del concetto di razza. Ritengo infatti che il metodo fondante dell’antropologia moderna, ovvero la ricerca sul campo, sia l’arma più forte che abbiamo contro il razzismo. Qui si parla solo dei primi anni dell’antropologia e di un razzismo tipico d’altri tempi, ma credo che chi di voi si interessa di egualitarismo e diritti civili li possa trovare comunque dei temi interessanti.

 

La parola “razza” ha un’etimologia incerta, e la si trova a partire dal Cinquecento per designare una discendenza o un gruppo di parentela.
Il suo significato attuale viene assunto solo a partire dal diciannovesimo secolo, quando la parola si ritrova ad identificare un gruppo umano che condivide specificità fisiche, comportamentali e intellettuali allora ritenute erroneamente essere trasmesse in maniera ereditaria e fondate biologicamente.

L’esperienza del colonialismo, con l’incontro di molti tipi diversi di gruppi umani, porta l’Occidente a radicalizzare  quella mentalità  che vede l’europeo moderno come innegabilmente superiore al “selvaggio”, il quale può nel migliore dei casi essere trattato come un fido servitore o un bambino ignorante da educare.
Il nuovo furore per le scienze positive favorisce una ricerca di categorizzazione di tipo biologicizzante che, soppiantando i precedenti schemi di tipo religioso, ne essenzializza forse il significato portando ad un mondo in cui i gruppi umani sono distinti in maniera chiara, permanente e soprattutto gerarchica.

Un esempio molto famoso di dottrina della razza tipica dell’Ottocento si può ritrovare nel Saggio sull’ineguaglianza delle razze umane ( Joseph Arthur De Gobineau, 1856) le cui tesi si possono riassumere sostanzialmente nella biologizzazione di ogni differenza tra gruppi umani diversi, l’affermazione di una gerarchia razziale e il disgusto della mescolanza delle razze (mixofobia).

Secondo De Gobineau (e molti altri teorici della razza) la superiorità bianca sarebbe dimostrata dai risultati della società occidentale, da una superiorità morale e soprattutto da una superiore bellezza fisica (la soggettività dei giudizi riguardo la morale, l’estetica e la bontà della società occidentale stessa non sfiorano nemmeno questi studiosi); caratteristiche che devono essere difese dal pericolo della contaminazione da parte di razze inferiori.

Un passo fondamentale per lo sviluppo del concetto di razza è la rivoluzionaria teoria Darwiniana (L’Origine delle Specie esce nel 1859), grazie al quale l’ambiente intellettuale europeo e statunitense (negli U.S.A. Herbert Spencer è il principale fautore di una morale di tipo evoluzionista) acquisisce un vivo interesse riguardo l’idea di evoluzione.
Si afferma l’idea – detta monogenesi – che l’umanità condivida un solo antenato, e quindi si inizia a pensare che esistono razze “più” o “meno” evolute (i due concetti sono in effetti contrari alla stessa teoria darwiniana) rispetto a questo capostipite.
I nuovi razzisti evoluzionisti credono in un miglioramento progressivo della specie umana, e molti si lasciano ammaliare dall’idea che l’uomo possa favorire o accelerare questo avvenire d’oro dell’umanità, approdando quindi agli infami porti dell’eugenetica. Almeno in parte, gli orrori del Novecento si possono analizzare come un tentativo di ottenere un miglioramento sociale mediante una politica sociale che divide le persone in razze.

E’ triste constatare che molto spesso gli antropologi hanno usato e propagato il concetto di “razza”. La figura che pare essere nata per dare una voce alla diversità e per valorizzarla, a lungo è stata invece semplicemente una cieca figlia del proprio tempo. Gli antropologi ottocenteschi erano estremamente influenzati dal razzismo, e hanno spesso commesso l’errore di considerare la cultura come una mera estensione accessoria della biologia. Molti sono gli antropologi che hanno chiamato “primitivi” gli altri popoli, o che hanno ipotizzato un’evoluzione progressiva della cultura, e quindi una gerarchia da cultura più rozza a più raffinata.
Per studiosi come Edward Burnett Tylor (1832–1917) o James George Frazer (1854–1941), fautori del paradigma evoluzionista, fare antropologia significava comparare descrizioni di vari esploratori e etnografi, alla caccia dei vari “germogli” di credenze, rituali e rappresentazioni dei quali la società europea era la versione “adulta” ed “evoluta”. Si tratta di menti brillanti e di ragionamenti certamente sorprendenti (Il ramo d’oro di Frazer è ancora un classico per chi studia antropologia), ma che troppo spesso cadono nei pregiudizi del tempo, anche a causa di un metodo che non riconosce il valore di avvicinare fisicamente lo studioso all’oggetto di studio (entrambi lavoravano infatti su dati raccolti da terzi).

Tuttavia l’antropologia del Novecento ha avuto ed ha un enorme potere di decostruzione del concetto di razza e quindi del razzismo, perchè decide di avvicinarsi sempre più al nativo riuscendo così a falsificare i preconcetti e l’antropocentrismo.
Bronislaw Malinowski (1884-1942), scrivendo delle sue esperienze tra i villaggi degli abitanti delle isole Trobriand (Melanesia), pubblica Argonauti del Pacifico occidentale nel 1922, ed è grazie a questo testo che nasce il sistema d’indagine che metterà in crisi la base teorica del razzismo: il cosiddetto fieldwork o ricerca sul campo.
Il nuovo  modo di fare antropologia consiste nell’immedesimarsi nel mondo del nativo e nel cercare di vedere con gli occhi del “selvaggio” e questa tendenza si approfondirà sempre di più nel corso del Novecento.
Lo sviluppo della ricerca in prima persona sul campo e il crollo delle certezze del positivismo aprono al concetto di relativismo culturale: il principio per cui è impossibile formulare giudizi etici o estetici (e per alcuni anche cognitivi) senza appellarsi a criteri di tipo culturale che non sono mai oggettivi.
Non esistono quindi  culture intrinsecamente e assolutamente migliori di altre perchè il giudizio di “migliore” dipende dai valori e dai riferimenti della cultura di chi parla, mentre ancora più falsa è l’idea che le culture non occidentali siano meno “progredite”, perchè ognuna di esse ha una propria coerenza e progressione interna che sbalordiscono a causa della loro sofisticatezza.
Questo nuovo approccio e questi nuovi principi permisero di eliminare la visione evoluzionista della cultura e di sostituirla con l’immagine di una pluralità irriducibile di culture diverse, ognuna con una propria dignità, ragion d’essere e autonomia.
E’ grazie a queste considerazioni che ora il termine “razza” non ha più un vero e proprio significato dal punto di vista scientifico, o perlomeno non ha più lo stesso significato stigmatizzante di un tempo.

 

Fonti: Antropologia culturale di Fabio Dei; Created From Animals di James Rachels

 

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