Renée Zellweger, ridacci la vera Bridget Jones!

Guardarsi allo specchio e non piacersi. Vedere riflessa un’immagine che non corrisponde a come si vorrebbe essere. Cercare di compensare la bruttezza con una buona dose di autoironia grazie alla quale sfiorare il catastrofico limite del ridicolo.
A chi non è successo di rivedersi così tanto in Bridget Jones da percepirla come un alter ego? Sarà per quell’accumulo di adipe sui fianchi, per le “gambe da calciatore“, forse per le migliaia di unità alcoliche ingerite o ancora per le sue battute strampalate, ma è un fatto certo che Bridget è una di noi!

O almeno lo era, perché ora qualcosa si è rotto. Qualcosa è definitivamente cambiato e non si può fare altro che prenderne atto e dire addio alla Bridget consacrata dal cinema per incontrare una donna che non ha più nulla della tanto amata beniamina.

Bridget era bella perché portavoce di un’universale verità: l’imperfezione. Bridget era bella e tanto piaceva, perché l’attrice che le dava corpo, anima e voce, compatibilmente con il suo personaggio, aveva deciso di prendersi poco sul serio e di mostrarsi in tutta la sua più vera natura. Di lei rimane solo un’inversione di rotta che lascia tutti spiazzati e certo non rende giustizia al personaggio che tanto ha appassionato le donne in ogni parte del mondo.

fotoeffetti-com__final_289815113801027042_Renée Zellweger è letteralmente mutata di aspetto. Tralasciando il grasso scomparso – l’attrice per interpretare Bridget si sottoponeva a stressanti e poco salutari periodi di dieta ingrassante e poi dimagrante – manca quel sorriso sincero, quell’espressione fanciullesca, quello sguardo fintamente furbesco e realmente ingenuo che tanto colpiva della coraggiosa ragazza inglese.

Il suo viso è ora sostituito da un volto totalmente inespressivo. Un volto finto. Un volto che non ha più nulla da raccontare se non che anche le attrici più temerarie spesso perdono il coraggio di andare contro corrente e si piegano – pur negando costantemente – alle richieste dello show business, che le vuole rifatte in nome di una bellezza distruttiva della personalità.

Inutile dire che, anche e soprattutto per questa ragione, il terzo capitolo della saga Jonesiana – tanto atteso da milioni di fan – non è degno di ingiuria e tanto meno di lode. Il terzo episodio è assolutamente piatto, arido, inconsistente, a tratti noioso così come lo è osservare il viso di un’attrice che non può più contare sul mezzo fondamentale di cui qualsiasi interprete dovrebbe disporre: il corpo.

La sceneggiatura è priva di momenti a forte impatto comico, mancano quelle battute e quelle situazioni ridicole che hanno sancito la fortuna dei primi due film, manca l’energia di attori che, sulla scia di personaggi maturati – Bridget in primis, alle prese con una gravidanza sognata ma inaspettata – e di una storia fantasma si adagiano su interpretazioni pesanti e stanche.

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Lo stesso Colin Firth, attore di straordinario talento e magistrale bravura- si adatta alla conduzione di un film a cui lo spettatore può assistere solo per forza di inerzia. Nemmeno l’arrivo, dal pronto soccorso hot di Grey’s Anatomy, dell’affascinante Patrick Dempsey, rimpiazzo di Hugh Grant, ha saputo dare una sferzata di vitalità alla pellicola.fotoeffetti-com__final_291508651375275184_

Verrebbe da dire che “chi di imperfezione ferisce, di imperfezione perisce“: il successo di Bridget Jones è da ricercarsi in quel grido di amore per sé stesse alla base di una vita perfetta di sicuro non per tutti, ma certamente per chi la conduce in nome di una ritrovata e più sana accettazione di sé e dei propri difetti.

Perché cambiare? In nome di quale perfezione inesistente, fittizia, offensiva delle donne, della loro intelligenza, della loro individuale bellezza, snaturare un personaggio così complesso, interessante, il cui successo è dovuto alla sua piacevole ed invidiabile imperfezione? Andare alla ricerca estenuante di un’immagine perfetta ha fatto cadere Renée Zellweger, e quindi tutti gli artisti coinvolti nella produzione del film, nell‘unica imperfezione non giustificabile per coloro che fanno cinema: l’incapacità di saper comunicare qualcosa e di lasciare una traccia che non sia solo la noia di uno sbadiglio ai titoli di coda.

 

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