Antitziganismo in Italia: i pregiudizi sui Rom sfatati dai numeri

“La vera sfida europea è la continuità degli zingari in quella forma che essi stessi sceglieranno”

Andrzej Stasiuk

 

Il violentissimo episodio di odio avvenuto a Follonica il 23 febbraio 2017 non avrebbe bisogno di essere raccontato, data la notorietà raggiunta.

Due dipendenti di un supermercato di una famosa catena internazionale hanno sorpreso due donne di etnia Romani a rovistare nel gabbiotto dove viene riposta la merce fallata, nel retro del supermercato. I due uomini hanno dunque rinchiuso le donne nel gabbiotto e ridendo ne hanno registrato le urla di terrore. Il video è diventato in breve virale, scatenando l’indignazione della maggior parte degli utenti del web. Il supermercato e le autorità hanno prontamente preso provvedimenti contro i due sequestratori.

Piuttosto che di un caso di isolato, sembra trattarsi di una manifestazione particolarmente violenta di un sentimento di discriminazione molto radicato in Italia: l’antiziganismo, l’odio verso gli “zingari” o tzigani.

Si tratta di un fenomeno consolidato nella cultura europea già a partire dal Medioevo e che ha portato a feroci forme di persecuzione anche in epoche recenti: arresti di massa nella Spagna del XVIII secolo, la schiavitù in Romania (abolita dopo il 1850), la deportazione nei lager nazisti e nei gulag sovietici nella prima metà del ‘900.

Nella foto, il premio Nobel per la Medicina di etnia Rom August Krogh .

Il primo testo ufficiale a parlare apertamente di “Antitziganismo” viene però prodotto solo il  25 aprile 2005: è la “Joint motion for a resolution on the situation of the Roma in the European Union” del Parlamento Europeo. Nonostante conferenze internazionali dell’OSCE a Varsavia e Bucarest (2005 e 2006) e la “Strategia europea per i rom” promossa dall’Unione Europea (2008), questa forma di razzismo è ancora molto presente e diffusa, soprattutto in Italia.

Secondo il report “A Fragile Rebound for EU Image on Eve of European Parliament Elections”, pubblicato il 12 maggio 2014 dal centro di ricerca statunitense Pew Research Center, l’Italia, tra i sette in cui è stata svolta l’indagine, è il Paese europeo dove l’intolleranza verso gli “zingari” è più diffusa. L’85% degli intervistati italiani ha infatti espresso sentimenti negativi nei confronti di tale minoranza. Il clima ostile è ulteriormente aggravato dal fatto che il pregiudizio interessi trasversalmente tutte le fasce della cittadinanza e che tra i fautori della discriminazione vi siano anche esponenti politici. A questi ultimi è riconducibile infatti l’87% dei 443 episodi di violenza verbale verso i romanì registrati dall’Osservatorio 21 luglio nel 2014. Il leader di un noto partito di destra separatista ha di recente perfino ricondiviso sui propri profili social il video del sequestro, elogiandone gli autori e se n’è servito per la propria propaganda elettorale contro l’immigrazione. La consapevolezza della necessità di contrastare a livello istituzionale la discriminazione verso le popolazioni gitane è inoltre recentissima e si è concretizzata per la prima volta solo nel gennaio del 2008 con la “Conferenza europea sulla popolazione Rom”, organizzata dal Ministero dell’Interno e dal Ministero per la Solidarietà sociale.

La figura dello “zingaro”, per la maggioranza della popolazione italiana, è tuttavia davvero sconosciuta: totalmente costruita su stereotipi, si fonda per lo più su concezioni che non corrispondono alla verità. Benché pubblicato nel 2008, è dunque ancora molto attuale lo studio “Quale legalità? Rom e gagi a confronto”, di Tommaso Vitale, docente di sociologia e di Paola Arrigoni, ricercatrice nell’Istituto per gli Studi nella Pubblica Opinione (ISPO).

Tra il 22 giugno ed il 25 giugno 2007, i due studiosi hanno effettuato un sondaggio nazionale attraverso interviste online su un campione molto eterogeneo di 2.171 italiani gagi, ovvero non zingari. Le domande riguardavano principalmente stime della consistenza numerica della minoranza tsigana, il suo eventuale possesso della cittadinanza italiana, il suo nomadismo e le sue caratteristiche in termini di cultura, religione, provenienza e lingua. I dati ricavati non erano particolarmente confortanti: complessivamente solo lo 0,1% aveva una conoscenza completa di rom e sinti. Il 56% degli intervistati dichiarava infatti di non avere la minima idea di quanti siano i rom in Italia, soltanto il 24% invece sapeva che circa la metà dei rom è di cittadinanza italiana, l’84% riteneva erroneamente che sia una minoranza prevalentemente nomade e addirittura il 63% del campione credeva che gli “zingari” fossero un’unica popolazione omogenea e non un insieme eterogeneo di molti popoli, uniti dalla stigmatizzazione da parte di esterni che si definiscono “non zingari”.

Come l’aveva definita Vitali, in un articolo pubblicato in collaborazione con la collega Elena Dell’Agnese, si tratta invece di una vera e propria“galassia di minoranze”. Sono cioè diverse etnie provenienti dall’India settentrionale che non possiedono la stessa storia, né una cultura fortemente omogenea o un’unica religione, ma che parlano varianti di un idioma comune, il romanì e che durante il Medioevo si sono diffuse sul territorio europeo. Si tratta di una minoranza “diffusa” dispersa e transnazionale, priva di una patria comune e fuori dalla logica moderna di corrispondenza tra Stato territoriale e nazione. Il termine “rom”, erroneamente esteso all’intera minoranza, indica solo quella che, insieme alla sinti, è numericamente la principale etnia. Il termine più corretto per indicare tutte le popolazioni gitane è invece romanì, dalla comune lingua indoaria, attualmente in uso solo presso rom e sinti. E’ corretto anche l’uso dell’acronimo RSC, dalle iniziali delle tre etnie più rappresentate sul suolo italiano (Rom, Sinti e Camminanti).

La minoranza è tanto sconosciuta agli Italiani gagi che viene il più delle volte, infatti, chiamata con nomi errati. “Zingaro”, “gitano” o “tzigano” vengono percepite come parole politicamente scorrette, la cui etimologia viene ricondotta da alcuni studiosi al termine usato in greco bizantino per indicare gli “intoccabili” (atsiganoi, corruzione di athiganoi). Secondo altri, avrebbero assunto connotazione offensiva soltanto a partire dal XVI secolo. Si preferisce quindi utilizzare “rom” o “nomadi”, alimentando un equivoco riguardante la loro natura invece principalmente stanziale. Piero Colacicchi, per anni presidente dell’Associazione Osservazione- Centro di ricerca azione contro la discriminazione di rom e sinti, riteneva che anche “nomadi” contenesse in realtà un significato negativo. Si sarebbe trattato di un termine ottocentesco, usato in ambito positivista, non tanto in riferimento allo stile di vita degli “zingari”, quanto per discriminarli come esponenti di “razza inferiore”, incapace di fermarsi e per natura instabile e vagabonda. Venivano contrapposti alla “razza superiore” del non zingaro, patriota, dalla morale salda e pienamente inserito nel modello capitalistico-industriale europeo.

Il nomadismo è attualmente molto marginale all’interno della popolazione romanì italiana: solo il 2-3% di essa si muove, ma sempre secondo spostamenti ciclici su aree ben definite e per questioni lavorative e commerciali. Nel 2015, 35.000-40.000 persone romanì vivevano in maniera stanziale nei cosiddetti campi rom, una politica di esclusione e aggregazione forzata generata dalla concezione del nomadismo come loro tratto identitario. In realtà anche l’OSCE ha invitato l’Italia a non utilizzare più la designazione di nomadi.

Occorre inoltre fornire dati chiari e reali anche sugli altri punti. Uno degli argomenti preferiti da politici e giornalisti che tuttora alimentano l’antitsiganismo è infatti che “l’Italia è piena di zingari”. Dall’indagine di Vitale e Arrigoni, emergeva che l’8% degli intervistati sovrastimasse il numero dei romanì in Italia fino a qualche milione. In realtà essi sono tra i 150.000 ed i 170.000, lo 0,25% della popolazione italiana complessiva. I dati non sono tuttavia molto attendibili: in Italia i censimenti non rilevano le minoranze e mancano, nel panorama eterogeneo dei RSC, criteri comuni per identificare membri della comunità. Le stime sono fornite da associazioni ed enti non-profit. Anche se, affidandosi a queste cifre, sarebbe la minoranza italiana più consistente, si tratta comunque di una delle percentuali più basse dell’Unione Europea. In Francia, ad esempio, i romanì costituiscono lo 0,6% della popolazione totale (340.000 su 61 milioni), in Spagna addirittura l’1,8% (800.000 su 45 milioni).

Un’altra affermazione molto frequente è che “dovrebbero tornare a casa loro”. Per il Parlamento, nel 2015, 70.000 romanì avevano però la cittadinanza italiana, mentre dei restanti, molti provengono da Stati comunitari, come Romania e Francia o sono rifugiati e apolidi dalla ex-Iugoslavia, non più esistente dopo le guerre balcaniche degli anni ’90.

Benché nella maggior parte dei casi siano dunque cittadini italiani, riescono ad integrarsi con difficoltà infinitamente maggiore rispetto agli immigrati extra-europei nella società italiana.

L’immagine che ne hanno gli italiani è modellata su pregiudizi che non hanno effettivo riscontro nella realtà (“sono sporchi”, “sono nomadi”, “non hanno voglia di lavorare”, “rubano i bambini”), su pregiudizi riconducibili a responsabilità individuali e non a comportamenti diffusi (“sfruttano i bambini”, “compiono crimini”) oppure su pregiudizi alimentati da comportamenti più o meno diffusi (“non mandano a scuola i bambini, rubano, elemosinano”).

Per quanto infondata, la leggenda della zingara rapitrice di bambini sembra davvero difficile da debellare. Nel luglio 2008, sulla spiaggia dell’Isola delle Femmine (PA), alcuni bagnanti, in preda ad una sorta di allucinazione collettiva, avevano accusato una donna romanì della scomparsa di un bambino, affermando di averla vista rapire il minore. La donna invece si era rivelata totalmente innocente. Molto simile il caso del 2013 di una bambina romanì dublinese di sette anni, sottratta ai genitori dalle forze dell’ordine perché bionda e con gli occhi azzurri, quindi ritenuta “rubata”.

Nel caso dei pregiudizi legati alla sporcizia e al nomadismo, è necessario fare presente che le condizioni di vita offerte nei cosiddetti campi rom, eretti alle periferie delle città, sono spesso ai limiti dell’indigenza e del rispetto dei diritti umani, per quanto in realtà i rom siano ossessionati dalla pulizia. In una cultura tanto legata a ruoli di genere fissi come la loro, infatti, la capacità di essere ottime casalinghe viene vista come una dote molto preziosa per attrarre potenziali mariti.  Escludendo i campi abusivi, nel 2013 erano stati registrati circa 167 campi nomadi in Italia, autorizzati e fortemente promossi dai Comuni per via di forti incentivi statali e business milionari. Si tratta di situazioni simili ai centri di ricovero per migranti, ovvero mezzi provvisori per tamponare emergenze che diventano definitivi. Migliaia di persone si trovano quindi a vivere in realtà fatiscenti dalle condizioni igieniche precarie, non dissimili dai vasti ghetti ai margini dei grandi centri urbani. Sono inoltre enormi voci di costo nei bilanci comunali.

Il mito della scarsa voglia di lavorare e l’idea che i romanì abbiano una concezione della legalità molto discutibile non sono invece le cause del problema, ma una forma di risposta ad esso. Lo stigma è tanto forte infatti che difficilmente i RSC riescono a trovare possibilità concrete di assunzione. A questo si aggiunge il bassissimo tasso di scolarizzazione. Anche se è innegabile il contributo dato da una cultura molto tradizionale e chiusa (le persone rom tendono a sposarsi appena dopo l’età del consenso), esso dipende in gran parte dal bullismo e dalla discriminazione che studenti e insegnanti gagi manifestano nei confronti degli studenti gitani. In Italia, nel 2015, si registrava che il 20% dei RSC non fosse scolarizzato e che il 25% della popolazione gitana avesse abbandonato gli studi. Sono percentuali molto diverse dalla media europea: solo il 6% dei rom italiani arriva ad un diploma di scuola media o superiore, mentre nel resto dell’ Europa ci arriva il 67%. Oltre allo stigma intervengono anche i costi elevati del materiale scolastico e degli spostamenti dai campi (che si trovano per lo più in zone periferiche al di fuori del centro abitato) e gli sgomberi forzati, che impediscono la continuità dell’apprendimento.

La via dell’integrazione, per quanto sia impossibile trovare una soluzione univoca ad un problema tanto complesso e sfaccettato, sembrerebbe dunque trovarsi proprio nel facilitare il più possibile l’ingresso dei rom nelle scuole e nel mondo del lavoro.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *