Tra mito ed arte visiva – Miti sul giorno, la notte ed il cielo nell’arte di Leoni

 Continua il viaggio alla riscoperta del mito Indios per mezzo dell’arte naturalistica di Margherita Leoni. Con i miti L’albero Magico e L’albero di Samaumeira, l’artista ha voluto mostrarci la magia celata dietro alla figura dell’albero, spesso inteso come rappresentazione dell’universo ed in profonda relazione con il cielo. Sono comuni anche miti in cui il cielo viene associato alla luce ed all’inizio del susseguirsi del giorno e della notte, oltre che all’origine del sole e della luna.

Nella mitologia di alcune popolazioni sudamericane è diffusa la credenza secondo cui, prima della creazione della luce, il mondo era oscurato da una tenebra costante. Secondo lo schema più diffuso, per mezzo di un atto creativo o della liberazione della luce dalla sua dimora, il buio viene invaso dalla luce e, con l’intervento del sovrannaturale, iniziarono ad alternarsi il giorno e la notte. Un esempio viene fornito dal mito della creazione dei Muisca, popolo di famiglia linguistica macro-chibcha che viveva negli altopiani colombiani, secondo cui prima del mondo regnava la notte. La luce era relegata all’interno di una grande entità benigna, un essere onnipotente e creatore. Il grande essere iniziò a crescere ad a mostrare la luce primordiale che conteneva in sé e, all’interno di essa, cominciò a creare. La prima creazione furono degli uccelli neri, a cui ordinò di spargersi per il mondo ed alitare dai loro becchi. Il loro respiro era trasparente e luminoso. Al compimento della loro missione, il mondo rimase luminoso.

Altre tribù credevano che all’origine di tutto la notte non esistesse. Alcuni miti d’origine, suggeriscono che la creazione della notte avvenne perché, a causa del giorno perenne, le donne non concedevano il proprio corpo a mariti ed amanti.

Il seguente mito riportato da Leoni, ci mostra una versione alternativa della storia, probabilmente appartenete ai Tupi del Brasile.

Come nacque la notte

Non esisteva la notte, solo il giorno che non finiva mai e non esistevano nemmeno gli animali. La notte giaceva addormentata sul fondo delle acque. La figlia della Cobra Grande1 era sposata e viveva sulla terra, non riusciva a dormire perché non c’era la notte. Suo marito decise così di mandare tre suoi servi a casa sua a prendere la notte. I servi andarono in canoa fino alla casa della Cobra Grande, che diede loro un cocco di tucuma2 ben chiuso. Disse loro di non aprire il seme, perché altrimenti tutte le cose si sarebbero perdute. Rientrando in canoa, i tre servi sentirono dei rumori dentro il cocco e, non resistendo alla curiosità, lo aprirono. All’improvviso tutto si oscurò. E così tutte le cose che erano nella foresta si trasformarono in animali ed uccelli. Le cose che erano nei fiumi si trasformarono in anatre e pesci. Dal cesto si generò il giaguaro ed il pescatore con la sua canoa si trasformò in anatra. La figlia della Cobra Grande, quando vide la Stella Dalva3, divise la notte dal giorno. Creò il cajubi, uccello che canta all’alba, e l’inambu, uccello che canta in diversi momenti della notte. Da quel momento tutti gli uccelli cantano in momenti precisi e la mattina rallegrano l’inizio del giorno. I tre servi disobbedienti furono trasformati in scimmie destinate a vivere saltando di ramo in ramo.

1 Secondo la mitologia Indios è un enorme serpente femmina, che spunta dall’acqua all’improvviso per divorare le barche ed i pescatori.

2Astrocaryum aculeatum

3 pianeta Venere


come-nacque-la-notte-2015

Come nacque la notte, 2015

Palmeira-carana, Mauritiella armata

Acquerello su carta

51×70 cm

Particolare

Al cielo vengono anche associati miti riguardanti il Sole e la Luna, che rivestono un ruolo importante nella cultura sudamericana. Le loro origini sono legate alla trasformazione di esseri umani in punti cruciali della trama o negli epiloghi delle storie mitiche. Molte versioni del mito “I gemelli ed il giaguaro”, pur presentato notevoli divergenze, si concludono con l’ascesa al cielo degli eroi per mutarsi in sole e luna. La trama più comune prevede due gemelli allevati da un giaguaro dopo che ha divorato la madre che li portava in grembo. Una volta scoperta la causa della sua morte grazie alla rivelazione di un animale, essi si vendicano uccidendo tutti i giaguari tranne uno che diverrà l’antenato di tutti i giaguari. Secondo l’antropologo Mircea Eliade questo è, probabilmente, il mito più diffuso dell’America Meridionale ed è conosciuto da decine di tribù che parlano lingue completamente diverse ed incomprensibili tra loro.

Nel Brasile orientale la maggioranza delle tribù Ge riconoscono il Sole e la Luna come gli unici veri dei. Gli Apinaye credevano nella supremazia di un dio solare, ovvero di un uomo identificato come il sole.

Il seguente mito della tribù Juruna, scelto da Leoni per la sua opera, sostiene la stessa tesi.

La morte del Sole

Kuade, il sole, era anche una persona, abitava lontano e parlava un’altra lingua. Kuade aveva, vicino a casa sua, una pietra con un buco dove rimaneva sempre un po’ d’acqua. Era una trappola da caccia. Gli animali che toccavano l’acqua per berla rimanevano intrappolati. Un giorno un ragazzo della tribù Juruna, che non conosceva la trappola del sole, per dissetarsi mise mano nell’acqua della pietra e venne catturato. Quando vide il sole avvicinarsi per ucciderlo si finse morto. Il sole, ingannato, mise il ragazzo in un cesto che appese al ramo di un albero. Di notte il ragazzo fuggì e la mattina seguente, quando il sole se ne accorso, ordinò alla sua mazza di trovare il ragazzo ed ucciderlo. Il fuggitivo era nascosto in una radice vuota di un albero in mezzo alla foresta e la mazza cominciò a battere ed a ferirlo. Era già tardi, il sole decise di chiudere la bocca del buco dove il ragazzo era nascosto con una pietra, per ritornare il giorno seguente a concludere l’attacco. Di notte, in assenza del sole, tutti gli animali andarono ad aiutare il ragazzo Juruna ad uscire dal buco dove si era infilato. Con l’aiuto degli animali il ragazzo riuscì a scappare ad a tornare dalla sua tribù. Tre giorni dopo, il ragazzo decise di tornare nella foresta per raccogliere del cocco. Si tagliò i capelli e si dipinse tutto di nero con il succo del jenipapo1, pensando che il solo non lo avrebbe riconosciuto. Nella foresta salì in cima ad una inaja’2 per raccogliere il suo cocco, ma il sole lo riconobbe ed iniziò a minacciarlo gli chiese di scendere dalla palma. Il ragazzo gli disse di lasciargli prima cogliere il cocco e ne tagliò un grappolo enorme che cadendo sul sole lo uccise. Con la morte del sole tutto divenne buio. La sua mazza si trasformò in serpente, il suo sangue che scorreva si trasformò in ragni, formiche ed altri animali. La moglie del sole, che seppe della sua morte, disse ai suoi tre figli che il padre era morto perché gli piaceva uccidere gli uomini. Chiese loro chi volesse prendere il posto del padre. Il figlio più giovano riuscì ad indossare la cresta incandescente del padre ed a percorrere il tragitto in cielo per illuminare il giorno e decise di rimanere in cielo per sempre.

1 Genipapa americana

2 Attalea maripala-morte-del-sole-2015

 

La morte del Sole, 2015

Melão-de-são-caetano, Momordica macrophylla

Acquerello su carta

51×70 cm

Particolare

 

Nell’immagine soprastante è mostrato il frutto di Momordica macrophylla che viene squarciato dai propri semi a completa maturazione. La forma e la colorazione dorata dell’involucro che custodisce tali sementi, è uno squisito richiamo alla cresta incandescente indossata dal sole. In questo senso i semi assumono simbolicamente il triste ruolo svolto dalle noci di cocco nei confronti di Kuade.

Questo mito mostra come la complessa concezione della vita delle tribù Juruna fosse legata all’idea che gli esseri umani fossero stati abbandonati e ripudiati dalle divinità. La cosmologia Juruna è basata su tre fondamenti. Il primo riguarda l’opposizione tra la vita e la morte. Quest’ultima non  è necessariamente intesa in termini di fine dell’esistenza, in quanto vengono considerate anche brevi transizioni come il sonno, stato di morte apparente in cui si manifestano sogni. Tale opposizione porta con sé la credenza che si possa vivere in un luogo ma essere morti in un altro. Il secondo principio vede l’universo sorretto dall’opposizione tra il fiume e la foresta e tra il cielo e la terra, ciascuno dei quali prevede un’ulteriore opposizione tra l’assenza e la presenza del cannibalismo. Il terzo aspetto consiste nell’opposizione tra le prospettive degli spiriti e dei morti con quelle degli esseri viventi. Il dinamismo di questa singolare cosmologia dipende dal confronto tra questi punti di vista discordanti.

 

Entrambi i miti citano il giaguaro, figura centrale della mitologia del Sud America che sta alla base di molti riti e credenze. La vita religiosa di molti popoli, tra le coste del Brasile e le Ande centrali, è dominata da attività legate a questo predatore. Ad esso vengono offerti tributi, con lo scopo di placare lo spirito di giaguari defunti. In altri casi viene venerato come un dio. Alcuni riti prevedono il sacrificio dei felini. Nella tribù dei Tupinamba, il cadavere del giaguaro viene adornato e pianto dalle donne, mentre il popolo supplica lo spirito di non vendicarsi della sua morte sull’umanità. Le cerimonie rivolte al giaguaro hanno mantenuto per diverso tempo anche elementi legati al cannibalismo. I gruppi occidentali dei Bororo del Mato Grosso eseguono durante la notte una danza di riconciliazione per il giaguaro ucciso. Tale usanza prevede l’imitazione del giaguaro da parte di un cacciatore che ne indossa pelle, artigli e denti. In questo modo, i Bororo credono che la sua anima venga assorbita dall’uomo che ne indossa i resti. Diversamente, i gruppi orientali dei Bororo svolgono dei riti di caccia che accompagnano la morte di un individuo. In questo modo le pratiche religiose rivolte al giaguaro defunto rientrano anche nei riti funerari. Fino al XX secolo, gli Shipaya e gli Yuruna, tribù di lingua tupi che vivono sul fiume Xingu, credevano nel culto di Khumphari, creatore delle loro tribù. Era credenza diffusa che questa divinità un tempo possedesse forma umana, ma dopo uno scatto di rabbia si separò dagli esseri umani e si trasformò in un giaguaro invisibile con tendenze cannibaliche. Con la mediazione dello sciamano, il dio giaguaro chiedeva carne umana al popolo. Così, veniva catturato un prigioniero che veniva ucciso a colpi di frecce. Tutti i partecipanti alla spedizione di caccia consumavano una parte del suo corpo tramite un rituale, per poi conservarne il resto per la divinità famelica. Allo stesso modo, molte altre tribù dell’America Meridionale seguono il culto del giaguaro con riti ed altre pratiche religiose, tra cui il cannibalismo, pratica rituale ricorrente.

 

Immagine di testa:

 Sogno (1), 2011

Tecnica mista su tela

100×150 cm

Particolare

 

Bibliografia:

  1. Religioni delle Americhe(16º volume di 17 dell’Enciclopedia delle religioni diretta da M. Eliade), Milano: Jaca Book, 2010
  2. Pau Brasil, Il mito verde di Margherita Leoni, Muse, Trento 2016, p. 92-93, 106-107
  3. Libera interpretazione da H. Galdus, Antologia ilustrada do folclore brasileiro. Estorias e lendas dos Indios, San Paulo, 1960
  4. Libera interpretzaione da O. e C. Villas Boas, Kuade. Juruna mata o sol in “Revista de atualidade indigena”, Ano II, N° 13, novembro/dezembro, 1978, p. 15-16

Sitografia: 

http://www.consolata.org/new/index.php/mission/missioneoggiarchi-2/15615-fiabe-e-racconti-dall-amazzonia

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