Keith Haring – Un’eroica vitalità

Annunciata da mesi e molto attesa dal grande pubblico e dagli appassionati, lo scorso 21 febbraio è stata inaugurata a Palazzo Reale la mostra “Keith Haring – About Art”.

Più di cento opere provenienti da collezioni private e musei di tutto il mondo danno vita alla retrospettiva milanese, invadendo le sale con un’esplosione di colori e intrecci di linee, attraverso i quali leggere la personalità dell’artista statunitense e le tappe della sua vita, vissuta con voracità fino alla fine, giunta prematuramente a causa del virus dell’HIV.

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Uno scatto dalla mostra a Palazzo Reale (fonte a colori)

Keith Haring, bambino, cresce con i cartoni animati di Walt Disney e di Dr. Seuss e con i disegni che il padre realizza per lui, dalle linee uniche e dal tratto fumettistico. Naturalmente comincia a sperimentare e a disegnare anche lui. Le influenze ricevute durante l’infanzia si riveleranno durature e decisive per la creazione del suo stile. Poi, in rapida successione, l’adolescenza turbolenta, l’abbandono della scuola di grafica pubblicitaria, la scoperta delle droghe, dell’omosessualità, ma anche, in parallelo, la comprensione di quello che voleva essere davvero: un artista autentico, depositario di un compito: “L’esperienza umana è fondamentalmente irrazionale.  Io penso che l’artista contemporaneo abbia una responsabilità verso l’umanità: deve opporsi alla disumanizzazione della nostra cultura.” Haring ha sempre sentito l’identità di artista come fondamento del suo essere e, soprattutto, come una responsabilità, un compito da portare avanti al meglio delle possibilità e al massimo delle forze. L’obiettivo è giungere ad un linguaggio universale, all’arte per tutti, utile a se stessi e alla collettività. “Mi è sempre più chiaro che l’arte non è un’attività elitaria riservata all’apprezzamento di pochi: l’arte è per tutti e questo è il fine a cui voglio lavorare.”

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“L’albero della vita”, 1985 (fonte a colori)

L’allestimento tematico lascia spazio alle suggestioni, benchè sia orientato a definire quali siano state le fonti di ispirazione che Keith Haring ha raccolto e rielaborato per creare quello stile così personale e a sua volta divenuto iconico. Haring ripercorre la storia dell’immagine, ne esplora il  potere, attinge alle forme archetipiche (la mitologia, l’arte greco – romana, azteca, africana) come ai maestri del passato e quelli a lui contemporanei: da Hieronymus Bosch fino a Picasso, Paul Klee, Jean Dubuffet, Jackson Pollock, Andy Warhol, Pierre Alechinsky. “Sento che in qualche modo potrei continuare una ricerca, un’esplorazione che altri pittori hanno iniziato. Io non sono un inizio, non sono una fine. Sono un anello di una catena“. Rigenerando l’archetipo, crea infine egli stesso un segno che diventerà immediatamente riconoscibile, inconfondibile. Il suo mondo e i suoi graffiti si popolano di omini e animali vivaci, intrecciati, coloratissimi, trascinanti.

Ma dietro i colori brillanti si nasconde una disperata vitalità, citando Pasolini; vitalità eroica, infantile, profondamente insita nella sua personalità, e rafforzatasi nel periodo della malattia. L’omino dalle braccia alzate diventa icona della controcultura politicamente e socialmente impegnata, della lotta contro ogni ingiustizia e discriminazione che permeavano la società americana, ed infine simbolo della battaglia contro l’AIDS, della precisa volontà di non sottomettersi alla paura, di fare in modo che questa non ponga mai limiti alla vita.

La sua arte penetra nel reale e lo modifica, con i suoi graffiti interviene a caratterizzare il paesaggio urbano e sub-urbano delle metropolitane, delle periferie. Ed infine, con la sua indole da artista “relazionale” ante litteram, capisce che un’azione veramente artistica è quella che innesca, da parte del pubblico, reazioni immediate ma anche e soprattutto nel corso del tempo.

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“Unfinished painting”, 1988 (fonte a colori)

L’artista è come colui che lancia un sassolino in un lago: non potrà mai sapere fin dove arriveranno i cerchi sul pelo dell’acqua, chi andrà a risvegliare sul fondo. In questo senso è artistico, poetico e poietico il gesto di Haring di regalare delle spillette raffiguranti i suoi omini ai passanti per strada o in metropolitana, senza dare spiegazioni. Racconta infatti che col passare del tempo si rese conto che avere una delle sue spille era considerata una cosa decisamente cool, e che quando i possessori delle spille si incrociavano per strada, pur non conoscendosi, cominciavano a parlare tra di loro. Ecco che un semplice gesto aveva attivato relazioni.

Keith Haring muore nel febbraio 1990, aveva appena 31 anni. Due anni prima, nel 1998, aveva dipinto Unfinished painting”, un’opera realmente sublime. In essa racchiude la sua visione della vita: un ciclo ininterrotto, dove non c’è mai fine ma sempre, potenzialmente, il germoglio di un nuovo inizio; il non finito, in questo senso, diventa ciò che è perenne ma non immutabile, contenente in potenza ancora infinite possibilità. L’arte che è immortale e rende immortali.

 

KEITH HARING – ABOUT ART

Palazzo Reale, Milano

dal 21 febbraio al 18 giugno 2017

www.palazzorealemilano.it/keith_haring

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