L’altro figlio. Si vive una volta sola; o forse no

L’altro figlio è il primo romanzo di Sharon Guskin. Racconta la storia di un bambino che ricorda stralci di una vita precedente e di una madre che non sa come aiutarlo. Una storia ben congeniata che lascia con il fiato sospeso fino alla sua conclusione. Emozionante.

L’altro figlio è il primo romanzo di Sharon Guskin, statunitense produttrice e sceneggiatrice di documentari. Racconta la storia della famiglia Zimmerman, composta da Janie, architetto newyorchese, e dal piccolo Noah. Quattro anni, bello e biondo, Noah è la gioia di sua madre; non fosse che sempre più spesso mostra comportamenti insoliti. Il bambino, sin da quando ha imparato a parlare, racconta aneddoti poco usuali per la sua età, ed utilizza parole che non dovrebbero far parte del suo vocabolario; Noah è speciale, precoce, una spugna che assorbe tutto ciò che ascolta: così la vede Janie. Poi, pian piano è costretta a cambiare idea: il figlio spaventa i compagni d’asilo con storie su Harry Potter e Lord Voldemort, descrive nel dettaglio un fucile pur non avendone mai visto uno; soprattutto, racconta con vividezza degli episodi avvenuti presso la casa al lago della sua famiglia. Casa che gli Zimmerman non hanno mai posseduto. La goccia che fa traboccare il vaso è la convocazione da parte della preside della scuola materna: Noah ha riferito di una volta in cui gli è stata trattenuta la testa sott’acqua con la forza, fino alla perdita dei sensi. Il fatto sembra coerente con la fobia che il bambino ha sviluppato nei confronti dell’acqua, tanto forte da rendere impossibile a Janie convincerlo a lavare le mani o fare il bagno. Ma non si è mai verificato. È coerente anche con gli incubi notturni di Noah, sempre più frequenti e sempre più destabilizzanti: si placano solamente se Janie chiama con insistenza il figlio, che, una volta sveglio, le chiede di poter andare a casa, l’altra casa, con la sua altra mamma. Non si può più rimandare: è giunto il momento di sottoporre Noah ad una perizia psichiatrica.

Schizofrenia precoce; questa è l’opinione del medico. Janie non riesce ad accettare la diagnosi, non può convincersi a somministrare dei farmaci al suo bambino di soli quattro anni. Poi, navigando su internet, si imbatte in un video su Jerome Anderson.

Sharon Guskin, L’altro figlio, Neri Pozza, 2017. 352 pp. Immagine da neripozza.it
Sharon Guskin, L’altro figlio, Neri Pozza, 2017. 352 pp. Immagine da neripozza.it

Anderson è un neuropsichiatra infantile che da tempo ha messo da parte una carriera promettente per concentrarsi sullo studio di bambini che sembrano ricordare dettagli di una vita precedente. Janie decide di contattarlo. Malgrado una malattia degenerativa diagnosticata e un libro da terminare il prima possibile, Anderson accetta con entusiasmo di seguire il caso di Noah.

È questo l’inizio di un viaggio che porta i protagonisti ad esplorare altri stati ed altre vite, e ad intrecciare le loro vicende con quelle della famiglia di Tommy, misteriosamente scomparso qualche anno prima.

Il libro di Guskin tratta tematiche che facilmente potrebbero ricondurre all’horror o al paranormale, ma che vengono presentate con delicatezza ed attenzione ai particolari, inserendo anche delle citazioni di un saggio di qualche anno fa: Il bambino che visse due volte. I ricordi infantili e il mistero delle vite precedenti, di Tucker. Un saggio reale, di un medico reale, che fa riferimento ad una vicenda realmente documentata. Potremmo forse collocare il romanzo nel realismo magico, perché, se la teoria della reincarnazione dell’anima è ampiamente diffusa in Oriente, la società occidentale la percepisce come molto vicina alla fantascienza. In questo senso, per la creazione di una vicenda costruita su credenze tipicamente buddhiste ed induiste in un contesto occidentale che risulti verosimile, Guskin è aiutata dal suo lavoro di scrittrice per documentari: l’attenzione alla potenza visuale delle scene descritte è costante, ed il romanzo si innesta sulla linea ormai ampiamente diffusa della narrativa prodotta da sceneggiatori, che porta all’utilizzo di una serie di modalità molto cinematografiche: trama fortissima e ben costruita, focalizzazione multipla, flashback.

L’altro figlio è un libro che scorre veloce, tanto nelle pagine, quanto nelle immagini che il lettore visualizza potenti nella sua mente. Non ci sono pretese divulgative o di realismo assoluto nel romanzo di Guskin, solo la volontà di coinvolgere il lettore in una storia che lascia senza fiato e di stimolarlo ad una riflessione che viene esplicitata nei pensieri di Janie nelle ultime pagine:

Si vive una volta sola. Questo diceva la gente, come se la vita fosse importante per il fatto che ne abbiamo una sola. E se fosse il contrario? Se le nostre azioni fossero ancora più importanti per il fatto che la vita si ripete all’infinito e le conseguenze delle nostre scelte si ripercuotono da un’epoca e da un continente all’altro? Se ci fossero date più occasioni per amar le persone che amiamo, per rimediare ai nostri errori, per imparare a vivere?

Con questo ottimo esordio letterario, Guskin offre un grande esempio di narrativa di intrattenimento. Una vicenda incalzante ed una profonda riflessione sulla possibilità di vite passate e di vita dopo la morte si intrecciano con le storie dei singoli personaggi, tutti ben caratterizzati grazie alla capacità dell’autrice di dedicare ad ognuno il giusto spazio. Originale, realistico e fantastico allo stesso tempo, forse mistico.

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