Le donne trans sono vere donne: dove sbaglia Chimamanda Ngozi Adichie

La tematica trans, tornata d’attualità dopo la revoca del bathroom bill statunitense da parte del presidente Trump, viene spesso affrontata con estrema superficialità e senza delicatezza dalla stampa internazionale, in particolare da quella italiana. 

Leultime affermazioni di Chimamanda Ngozi Adichie riguardo alle donne transgender hanno inoltre evidenziato quanto tale argomento sia piuttosto oscuro anche per gran parte dello sfaccettato mondo femminista e LGBTQIA+.  La scrittrice nigeriana, molto legata alle tematiche della parità di genere, ha dichiarato in una recente intervista rilasciata a Channel 4 che l’esperienza delle donne trans non dovrebbe essere equiparata a quella delle donne non trans, dato che le prime avrebbero sperimentato il privilegio maschile “prima di cambiare genere”.

Seppure non intenzionalmente transfobica, tale dichiarazione contiene diverse inesattezze e fa emergere quanto gli stereotipi sulle persone trans siano difficili da debellare.

Con il termine ‘transgender’ si intendono tutte le persone che non riconoscono una coincidenza tra il proprio sesso biologico ed il genere loro assegnato alla nascita. L’identità sessuale di ognuno è infatti un puzzle di cinque componenti, indipendenti tra loro: orientamento sessuale e romantico, identità di genere, sesso biologico, espressione di genere e ruolo di genere. Mentre i primi tre sono innati ed immutabili, è possibile esercitare il proprio controllo sugli ultimi due. Se con ‘orientamento sessuale e romantico’ infatti si indica la direzione dell’attrazione di una persona, che può spaziare in un vasto spettro di varianti, tra cui ad esempio quella eterosessuale ed omosessuale, con ‘identità di genere’ si indica invece la percezione che ha una persona del proprio genere, ovvero la sua identificazione in uno dei due generi; anche se in ciascuno coesistono aspetti di entrambi, esistono persone che non si riconoscono in maniera netta ed esclusiva in un’identità maschile o femminile. Esse compongono lo sfaccettato universo delle persone non-binarie.

Il sesso biologico corrisponde alle caratteristiche sessuali primarie, secondarie e cromosomiche di ciascun individuo, che nella maggior parte dei casi sono esclusivamente maschili o femminili. Nella specie umana,tuttavia, il dimorfismo sessuale non è particolarmente marcato, tanto che non sono infrequenti casi di intersessualità, ovvero di compresenza di tratti maschili e femminili nello stesso individuo.

L’espressione di genere comprende tutti quei comportamenti con cui un individuo esprime e comunica la propria identità sessuale. Vengono associati il più delle volte alla scelta dell’abbigliamento, ma è davvero difficile riuscire a etichettare un comportamento come proprio ed esclusivo di un genere. Il ruolo di genere è invece il ruolo assegnato ad un individuo da parte della società.

Una persona trans non è quindi una persona “super gay”, ovvero un omosessuale tanto effeminato o una lesbica tanto mascolina da voler cambiare sesso. Le persone trans possono, infatti, avere qualunque orientamento sessuale. Le autrici di Matrix e Sense8 un tempo note come fratelli Wachoski sono ad esempio legate sentimentalmente a due donne.

Mentre la maggioranza delle persone avverte una corrispondenza tra quello che è il suo sesso biologico ed il genere assegnato alla nascita, ovvero sono cisgender, le persone trans avvertono una forma di dissociazione tra i due, chiamata “disforia di genere”.

In una vignetta di Manic Pixie Nightmare Girls, la fumettista statunitense Jessica U rappresentava la disforia come una cimice che continuava a tormentarla ricordandole che non sarebbe mai stata una donna autentica. Non è tuttavia sempre così: piuttosto che un interruttore on/off, la disforia appare come uno spettro di grigi tra l’accettazione totale ed il doloroso rifiuto completo del proprio corpo.

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Essere trans è sicuramente fonte di stress in una società che discrimina o ostacola la transizione, ma non è essa stessa un disturbo mentale e non causa sistematicamente malessere o depressione.

Un luogo comune molto diffuso anche negli ambienti LGBTQIA+ vede le persone trans come prigioniere di un corpo che non è il loro. Sarebbe più corretto, invece, diffondere il pensiero espresso in proposito da Ottavia Voza, Segretaria Nazionale alle politiche trans di Arcigay Nazionale: “Il corpo è mio e ci faccio quello che voglio io”.

La concezione più diffusa della disforia, oltre ad alimentare la “patologizzazione” della persona trans, rafforza l’idea che per essere “davvero uomo” o “davvero donna” occorra assumere una terapia ormonale o sottoporsi ad operazioni chirurgiche per la riassegnazione del sesso, tra cui assolutamente la ricostruzione genitale. Ognuno, invece, dovrebbe avere la possibilità di autodeterminarsi e di eseguire determinate operazioni (che possono comportare forti spese e rischi per la salute) solo qualora lo aiutino ad avvicinare la realtà all’idea che ha di sé e del proprio corpo. Numerose persone transgender, dette “non medicalizzate” chiedono il riconoscimento del genere desiderato senza modificarlo, mentre società come quella italiana autorizzano la rettifica anagrafica solo dopo determinate operazioni demolitive. Fino a pochi anni fa, molti Stati pretendevano addirittura la sterilizzazione della persona trans.

L’idea è quella che solo determinate caratteristiche fisiche o esperienze legate ad esse rendano un uomo o una donna tali. E’ dovuto a ciò il privilegio delle persone trans che “passano”, ovvero sembrano nate cisgender.

L’errore della riflessione della Adichie sta nella diffusa concezione che appunto la transizione sia un percorso che ha un inizio ed una fine, con come traguardo finale la ricostruzione genitale, mentre va visto come un qualcosa di fluido, che caratterizza la persona anche da quando non ne è cosciente.

Un individuo può capire ed accettare la propria transessualità in qualsiasi momento della vita: Caitlin Jenner ha fatto coming out come donna trans solo nel 2015, dopo i 60 anni e la creazione di una numerosa famiglia. Ciò non rende il suo essere donna meno valido.

L’identità di genere è qualcosa di innato e naturale: una donna trans è sempre stata donna, indipendentemente da come la società le si rapportava in base al suo ruolo di genere.

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