Ladri e assassini: storie che qualcuno capiva

Un ladro è un ladro, niente di più.
Per definizione è un individuo fastidioso, pericoloso e, in quanto tale, dannoso.
Ancora più pericoloso è se viene da un campo di nomadi, se la sua pelle è più scura di quella della brava gente o se, più in generale, la carta d’identità non lo indica come italiano.
Eppure, l’esperienza del crimine più o meno tutti l’hanno provata, specie quella del rubare.
Dalla caramella rubata al compagno al pupazzo, dalla penna del collega al resto in eccesso dato dal cassiere.
Si biasima quindi non un comportamento che non abbiamo mai tenuto, ma piuttosto un atteggiamento che la società ci ha segnalato come ingiusto.
Una condanna che nasce dall’idea di proprietà privata, idea di qualcuno forse particolarmente brillante e che pure Rousseau chiamò malamente in causa quando chiese “Chi fu il primo idiota che disse questa terra è mia?”.
Tema particolarmente scottante in un periodo nel quale ci si sente sempre più insicuri nelle stazioni, nelle strade, nella propria casa.
E allora, ci si sente un po’ giudici e poliziotti quando lo Stato non garantisce sicurezza; ci riempie di arsenali e si emettono condanne a morte per chi è ospite inatteso e indesiderato.
Ciò che forse andrebbe fatto prima di premere il grilletto, o più generalmente procedere con una condanna unanime, è chiedersi chi sia veramente un ladro.
Sicuramente sotto quella inquietante veste  vi è un uomo, più o meno disgraziato nella vita; una vita insoddisfatta, forse per colpa propria, forse per colpe non a lui imputabili.
E se vi è una vita, vi è una storia.
Qualcuno dirà che qualsiasi vita ci sia dietro colui che ruba non mostra meno inquietante la veste del ladro. Ma non è proprio così.
Perchè se questo uomo si presenta per nome di una compagnia di assicurazioni o di una banca, spaventa molto meno, fino al punto di sembrare onesto e affidabile.
Eppure, si sa, se i ladruncoli si muovono per cifre a uno o due zeri al massino, i signori sopracitati lo fanno sempre per almeno tre o quattro.
E allora, in quest’ottica, si potrebbe arrivare a difendere un ladro?
Lo ha fatto uno dei più grandi cantastorie che abbiamo avuto, Fabrizio De Andrè.
Da Geordie che rubò sei cervi nel parco del Re ai Rom raccontati in Khorakanè, ai detenuti delle carceri, il cantautore genovese ha sempre mostrato, se non una simpatia, una certa comprensione per i delinquenti innocenti.
Ossimoro inaccettabile? No, solo la descrizione, secondo il cantautore, di chi è finito sulla strada della delinquenza senza colpa, o almeno senza coscienza della propria colpa, che più o meno è lo stesso.
E’ la storia  del ladrone buono Tito che ascolta con attenzione  il quinto comandamento che gli dice “Non devi rubare” e che pensa “forse io l’ho rispettato, vuotando in silenzio le tasche già gonfie di quelli che avevan rubato, ma io senza legge rubai in nome mio, quegli altri nel nome di Dio”
In realtà De Andrè si è spinto ben oltre la comprensione dei ladri, fino ad arrivare a capire gli assassini.
In particolare, nella canzone “Il Pescatore” descrive un assassino che, oramai in fin di vita, ha tutta la voglia di redimersi ma non gli strumenti. E’ per questo che chiede al Pescatore (che non è altro che Dio) di versargli il vino e di spezzargli il pane, celebrando così l’eucarestia, come farebbe un prete.
All’inizio della canzone l’assassino viene illustrato come un uomo molto fragile, con “due occhi grandi da bambino, due occhi enormi di paura” che “erano gli specchi d’una avventura”.
Per avventura, probabilmente, si intende una vita difficile alle spalle.
Un altro celebre protagonista delle storie di De Andrè è il bombarolo, un “trentenne disperato, se non del tutto giusto quasi niente sbagliato”.
Quest’altro personaggio, che altro non vuole se non un mondo migliore, giustifica il suo agire sulla base dell’idea “quì chi non terrorizza si ammala di terrore”.
La canzone parla di un uomo che, stanco di tutti i soprusi  dei potenti, in un clima dove nessuno reagisce, decide quasi di farsi martire assicurando agli altri “vi scoverò i nemici per voi così distanti, e dopo avergli uccisi sarà fra i latitanti, ma finchè li cerco io i latitanti sono loro; ho scelto un’altra scuola, son bombarolo”.
Prendendo la difesa di quelli dalla parte sbagliata, non può che accusare i giudici e la società che giudica coloro che hanno avuto storie più interessanti e più coraggio degli altri.
Per questi, De Andrè dedica le seguenti parole:
“Tante le grinte, le ghigne, i musi
vagli a spiegare che è Primavera,
e poi lo sanno ma preferiscono vederla togliere a chi va in galera”
La storia dei ladri e degli assassini innocenti, forse a differenza di quelli colpevoli, si conclude normalmente col carcere, ovvero quella misura di privazione della libertà personale che la Legge ha pensato come giusto metodo di pagamento per i loro peccati e come strada per la riabilitazione.
Opinione diversa è quella del carcerato che nella canzone “Nella Mia Ora Di Libertà”, dice:
“E adesso imparo un sacco di cose in mezzo agli altri vestiti uguali
tranne qual è il crimine giusto per non passare da criminali
Ci hanno insegnato la meraviglia
verso la gente che ruba il pane
ora sappiamo che è un delitto il non rubare quando si ha fame”
Certo, sorge spontaneo chiedersi se De Andrè raccontasse tutte queste storie dalla posizione di un benestante che non ha mai avuto la sfortuna di subire il crimine.
Come risposta a questo interrogativo basta sapere che sì, come tutti ha subito la mano lesta di qualche zingaro, come raccontava sempre nei suoi concerti, qualche furto in casa e addirittura il sequestro della sua persona in Sardegna.
Coerentemente alla posizione presa nelle sue canzoni, non chiese mai la condanna dei quoi sequestratori, che riteneva braccia disgraziate di un qualche mandante meno sfortunato.
Detto tutto ciò, forse non è ancora tutto chiaro e si rimane con un certo astio verso i protagonisti di questo viaggio attraverso le canzoni di Fabrizio De Andrè, e allora, ecco le ultime parole:
“Se tu penserai, se giudicherai, da buon borghese
li condannerai a cinquemila anni, più le spese
Ma se capirai, se li cercherai, fino in fondo
Se non sono gigli son pur sempre figli,
vittime di questo mondo”
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