Senza scandalo nè peccato: “Bestie di scena” di Emma Dante

“Nessuno di noi è nel corpo che l’altro ci vede, ma nell’anima che parla chi sa da dove, nessuno può saperlo: apparenza tra apparenza…un corpo è la morte, tenebra e pietra. Guai a chi si vede nel suo corpo e nel suo nome. Facciamo i fantasmi.” (Luigi Pirandello, “I giganti della montagna”)

Per quanto ci si ostini ad utilizzare tradizionali categorie per incasellare le varie manifestazioni dell’intelletto umano (parliamo di letteratura, cinema, teatro, pittura…), il mondo contemporaneo ci pone sempre più spesso di fronte alla perdita di senso di queste rigide distinzioni. I linguaggi artistici si compenetrano oggi in maniera man mano più radicale, rendendo evidente che non ha più senso porre dei confini. La potenza della vera opera d’arte, infatti, li travalica costantemente.

Bestie di Scena, regia Emma Dante, produzione Piccolo Teatro di Milano. Foto ©Masiar Pasquali
Bestie di Scena, regia Emma Dante, produzione Piccolo Teatro di Milano. Foto ©Masiar Pasquali

“Bestie di scena” di Emma Dante è, senza dubbio, un esempio di opera d’arte trasversale rispetto ai generi e ai linguaggi, oltre a portare con sé la capacità di disarmare completamente lo spettatore con la sola forza dei corpi su un palcoscenico, senza aver bisogno di parole.

Cosa è “Bestie di scena”? Non solo uno spettacolo teatrale, benché abbia debuttato su uno dei palcoscenici più prestigiosi d’Italia, quello del Piccolo Teatro di Milano. È teatro ma al tempo stesso va oltre, è performance nel vero senso della parola; è realtà perché Emma Dante scardina i meccanismi di ogni linguaggio e scava fino ad arrivare ai corpi in scena in quanto tali.

Le bestie di scena si denudano poco dopo l’inizio dell’azione. Quegli attori che prima ci sembravano intenti ad esercizi di riscaldamento, dopo aver abbandonato i loro abiti si riscoprono creature primordiali, indifese: mossi da fremiti di paura e pudore, quasi rivivendo la rivelazione dei progenitori nel giardino dell’Eden, si rendono conto di essere nudi e ciascuno copre le sue nudità come può. Si stringono tra loro, tentano di proteggersi. È questa la condizione che ogni attore autentico vive ogni volta che sale su un palcoscenico e che in fondo ha accettato dal momento in cui ha deciso di fare di quest’arte la sua vocazione: mettersi totalmente a nudo di fronte allo spettatore, essere vulnerabile, abbandonare il proprio corpo svuotandolo di tutto, financo della vergogna, perché da involucro diventi personaggio.

© rosellina garbo. All rights reserved.
Bestie di scena  © rosellina garbo

La performance procede con una serie di interventi esterni che irrompono violenti sul palcoscenico e provocano reazioni in ciascuno degli uomini e donne attori di questo serratissimo dramma coreografato che è il teatro ed, in definitiva, la vita stessa. Così il pubblico in platea comincia perfino a dimenticare che sono nudi. Il corpo nella sua interezza recupera la sua naturalità, mentre lo spettatore si sente innaturalmente al sicuro: è senso di colpa quello che attanaglia lo stomaco mentre si è seduti, protetti dal buio e dalla comodità degli abiti indossati. Nella nudità non c’è peccato né scandalo. Il peccato è negli occhi di chi guarda. È forse il messaggio più potente che l’opera lascia dietro di sé.

Nel continuo crescendo della sua opera, Emma Dante non lascia un attimo di respiro né di tregua, e dimostra in maniera magistrale come per raccontare non sempre servano parole: per emozionare e comunicare basta l’elemento primario del corpo agente. Non è un caso che, risalendo all’etimologia latina, il verbo narrare significhi far conoscere attraverso l’azione.

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Bestie di Scena, regia Emma Dante, produzione Piccolo Teatro di Milano. Foto ©Masiar Pasquali

Se l’attore compie il gesto estremo di mettersi a nudo sul palcoscenico per lo spettatore, il compito di quest’ultimo, insieme ad una profonda gratitudine, è quello di spogliarsi a sua volta. Lasciarsi andare alle emozioni, essere disposto ad entrare in connessione profonda con quello che avviene davanti ai suoi occhi. Solo in questo modo l’arte è potente ed efficace e può lasciare una traccia profonda.

Alla fine dello spettacolo, gli interpreti saranno di nuovo in fila, l’uno a fianco all’altro, al limite del palcoscenico: hanno superato ogni prova. Sul palco dove hanno lasciato il proprio sudore dalle quinte vengono lanciati vestiti di ogni genere; ma loro rimangono li, immobili. Non si coprono più. Immagine potentissima. “Dopo aver affrontato svariate prove, dalla quinta arriverà l’ennesimo comandamento, l’ultimo, il più terribile. Solo allora gli imbecilli disubbidiranno. Sceglieranno di restare nudi in schiera davanti a noi, senza coprirsi neanche più occhi, seni e genitali. La loro scoperta sarà di essere sempre stati nudi e di non essere stati altro che quello. Non avrà più senso raccogliere, coprirsi, compiere altre azioni ma semplicemente stare, e guardare.” (Emma Dante)

Quando un’esperienza è così forte da non poter essere catalogata, da lasciare scossi profondamente anche dopo giorni, quando arriva a cambiare l’atteggiamento e lo sguardo che si ha sul mondo e sugli altri, a ragione possiamo parlare di Arte autentica.

 

(Fonte della citazione e di tutte le foto, il sito di Emma Dante – http://www.emmadante.com/bestie-di-scena/)

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